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Funny People

Posted by StepTb su marzo 3, 2011

Judd Apatow, 2009
USA 146′ col.

Con Funny People (2009), Apatow compie un balzo ormai annunciato verso il dramma, o meglio verso una sua particolare e personale rivisitazione del cinema drammatico. Pur zoppicando qua e là, inserendo momenti non del tutto convincenti, e allungando il tempo con autoindulgenza oltre il necessario (146 minuti), il regista e sceneggiatore riesce a comporre un interessante, complesso e “liquido” mosaico di rapporti umani.
La prima metà si regge su di un’idea vista già altre volte, ovvero la notizia di una malattia forse mortale che arriva a colpire la vita di un uomo ricco, egocentrico e cinico (George Simmons), facendogli riesaminare la propria vita alla luce di una disperazione che lo porta finalmente a capire l’importanza di non sentirsi soli. Il colpo di genio di Apatow è quello di non solo inserire tale quadro all’interno del mondo dei comici americani (per la maggior parte stand-up comedians in gavetta che sognano di fare il grande salto), ma di costruire una rete di rapporti per nulla banali tra uno di essi ancora alle prime armi, Ira Wright, i suoi coinquilini già un minimo affermati, e un’ormai affermata celebrità, quest’ultima lo stesso Simmons cui viene diagnosticato il malanno. Il contrasto tra il mondo delle battute comiche, la triste situazione di Simmons, il suo patetico cercare consolazione nel rapporto “lavorativo” con Wright, e il colpo basso di Wright nel prendersi la rivalsa sui propri coinquilini abbandonandoli per Simmons resta il quadro più convincente dell’intero film.
Gli scricchiolamenti arrivano al giro di boa, prima con il momento melodrammatico spigoloso della visita a casa Simmons da parte della sua ex Laura, e poi con lo spostamento netto dell’azione all’interno della famiglia di Laura, ora sposata con Clarke e madre di due figlie. In questo nuovo quadro, nonostante la riuscita gestione della guarigione dalla malattia che lo anticipa (palpabile e realistica la sensazione di smarrimento da parte di Simmons, che si era ormai convinto della propria dipartita e ora non ha più punti di riferimento), si assiste ad un triangolo amoroso piuttosto trito e terminante con un banale cliché (la donna “sceglie” tra i due), ravvivato unicamente dalla presenza dell’estraneo e incompatibile Wright, che ora non solo si sente un intruso ma inizia anche a disprezzare Simmons. Lungi dal proporre un’idealistica redenzione, scongiurata la malattia Simmons torna progressivamente a comportarsi come in precedenza, e Wright torna dai suoi coinquilini. Apatow non riesce a fare a meno di inserire qualche tipico litigio e confronto uomo-donna alla Knocked Up (sia tra Simmons e Laura, che tra Wright e Daisy), così come non se la sente di terminare la storia su una nota dolente (finendo per scegliere una conclusione all’insegna dell’amicizia), ma allo stesso tempo riesce ad inserire riferimenti all’era del web 2.0 e alla musica indie in maniera molto meno forzata e più naturale rispetto ai suoi lavori precedenti, e si lascia alle spalle un certo “obbligo” di rientrare nel genere della commedia che in essi si percepiva limitare alcune sue scelte. Approda così ad un apprezzabile, anche se non del tutto convincente, risultato più autoriale, “libero” e multisfaccettato, ricordante per molti versi le commedie complesse di Hal Ashby.
Adam Sandler (ingrassato e invecchiato rispetto ai suoi anni d’oro) e Seth Rogen sono stati scelti e sfruttati con intelligenza.
Brendan O’Brien è tra i co-produttori.

7/10

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Knocked Up

Posted by StepTb su ottobre 5, 2007

Assolutamente superiore al debutto The 40 Year-Old Virgin, il secondo lavoro Knocked Up (2007) è ancora una volta sia scritto che diretto da Judd Apatow stesso.

L’attraente presentatrice televisiva Alison Scott, complice l’alcol, ha una scorribanda sessuale di una notte con Ben Stone, un ragazzo immaturo e inaffidabile; per un disguido lei resta incinta, e non se ne accorge prima di alcune settimane.
Apatow mette in scena un vero e proprio manuale per i genitori americani del 2007, sempre meno legati al concetto di famiglia e sempre più legati a se stessi. Il nucleo non è rappresentato solamente dalla storia che portano avanti Ben e Alison, ma con la medesima importanza anche dalla side-story tra Debbie (sorella di Alison) e Pete (marito di Debbie): la prima coppia rappresenta il “pre”, la seconda rappresenta il “post”. Le difficoltà attraverso le quali passano Ben e Alison servono ad esporre un concetto-chiave universale, ovvero il raggiungimento della maturità tramite l’abbattimento delle proprie barriere mentali per trovare punti in comune e collaborare migliorandosi a vicenda: Ben riuscirà a capire ciò che è meglio fare, diventando uomo (ancora una volta una maturazione atipica e convincente, come in The 40 Year-Old Virgin), così come Alison riuscirà a capire ciò che è meglio fare, abbandonando i propri capricci idealisti (e anche osservando nella vita della sorella cosa essi portino: solo incomprensioni e bugie); alla fine entrambi riusciranno a vedere ciò che prima sembrava un incubo come la migliore esperienza della loro vita. Il tutto va a braccetto con la parallela demolizione di svariati pregiudizi (Alison trova ciò che ha sempre sognato grazie ad un uomo che mai avrebbe pensato voler veder ricoprire quel ruolo).
Alcuni momenti, oltre ad essere decisamente ben integrati al tutto, hanno una grandissima forza d’impatto (il litigio tra Ben ed Alison dopo che quest’ultima lo ha scaricato dall’automobile; lo sfogo offensivo di Ben su Pete, dopo il quale Pete porta cantando la torta di compleanno a sua figlia; la lunga sequenza del parto).
Ancora una volta Apatow impiega i suoi attori preferiti (Paul Rudd, Johan Hill e Seth Rogen, qui promosso a protagonista ed ingrassato appositamente per l’occasione), e stavolta non solo riesce spesso a premere con attenzione sul freno (Alison non è lo stereotipo della donna ricca o viziata, così come Ben non è lo stereotipo del ragazzo irresponsabile), ma cerca anche una forte dose di realismo (elemento simboleggiato anche dall’aver fatto largo utilizzo di dialoghi semi-improvvisati).
Almeno una decina le citazioni cinematografiche, che in alcuni casi servono anche da metafora per il momento della trama in cui compaiono.
Da confrontare con il sopravvalutato Juno di Jason Reitman, uscito pochi mesi più tardi.

7/10

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The 40 Year-Old Virgin

Posted by StepTb su dicembre 21, 2005

Judd Apatow, classe 1967, muove i primi passi nel cinema scrivendo la mediocre commedia Heavyweights (1995) e sceneggiando il pessimo Celtic Pride (1996).
Proseguirà la carriera principalmente producendo commedie.

Nel 2005 debutta alla regia con The 40 Year-Old Virgin, da lui anche scritto, prodotto, e co-sceneggiato assieme al protagonista Steve Carell.
Andy Stitzer, un pacifico e timido magazziniere, è ancora vergine a 40 anni: quando i suoi colleghi lo scoprono, riescono a comprendere il suo anormale stato emotivo, e lo guidano alla scoperta dei rapporti con l’altro sesso come fosse loro figlio.
Tralasciando lo scheletro del personaggio di Andy, sicuramente non brillante per originalità dal momento che ricalca il Ted di There’s Something About Mary (Farrelly brothers, 1998) sia nell’insicurezza che nell’aspetto fisico, il film riesce a proporre una “passaggio alla vita adulta” atipico (per via dell’età anagrafica) e convincente (l’Andy inziale è completamente differente dall’Andy finale, a cui arriva per gradi e senza scossoni), una serie di side-stories che gradualmente fanno sembrare Andy sempre più simile a chi lo circonda (lentamente si scopre che tutti i suoi colleghi hanno una vita sentimentale anormale), e delle spalle ben studiate (tutti i colleghi del protagonista).
Purtroppo la qualità viene drasticamente abbassata da alcune sequenze stonate (metà delle sequenze con Marla, la figlia adolescente di Trish, sono fuori luogo), da un non del tutto riuscito gioco tra i “generi” (gli accenni drammatici e romantici, anche se a volte trattati brutalmente, crescono progressivamente, come nei classici copioni delle commedie finto-volgari ma in realtà buoniste e ruffiane), da alcune trivialità gratuite (inserite probabilmente solo per catturare maggiormente il pubblico teenageriale maschile cresciuto con la saga degli American Pie), e da una certa incompetenza tecnica (specialmente nei raccordi, nei controcampi, nel montaggio).
Chiude il racconto un’allucinata parodia del musical Hair.
Jonah Hill, futuro protagonista di Superbad, recita un cameo grottesco.
Uscita poi per l’home-video una versione con molte sequenze malamente tagliate nella versione cinematografica.

6/10

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