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Korn – The Path of Totality

Posted by StepTb su dicembre 13, 2011

Roadrunner, 2011
Album

I Korn sorprendono ancora una volta, pubblicando l’ennesimo album completamente diverso da quello precedente: The Path of Totality (Roadrunner, 2011) nasce dalla volontà della band di fondere il proprio sound a quello del filone americano dubstep ed elettronico più distorto, chiamando 10 diversi “laptop DJs” più o meno celebri nell’ambiente (dai nomi di punta Skrillex, Kill the Noise e Noisia ai meno famosi Feed Me, Datsik, 12th Planet, Downlink), e il producer Jim Monti a curare la coerenza sonora tra brano e brano.

Al primo ascolto, la caratteristica che balza all’orecchio è il fatto che, nonostante il progetto sulla carta bizzarro e prevedibilmente sconnesso, in realtà i Korn siano riusciti a compiere un’effettiva fusione tra i due mondi come da programma; ma ci siano riusciti nella maniera più facile e banale: hanno scritto dei pezzi nel loro canone, aumentando però (purtroppo) le dosi di pop radiofonico in sede di composizione, e hanno poi dato il concept di ciascun pezzo in mano ai producer dubstep di turno perché ci ricavassero una base dal sound elettro-distorto alla loro maniera, trovando semplicemente degli equivalenti alle tipiche timbriche di batteria/basso/chitarra.
Si sente subito che queste canzoni non sono nate davvero in collaborazione e passo dopo passo: il contributo dei producer manca delle strutture spesso schizzate tipiche del loro genere, e del loro pallino di inserire diversi cambi di sample e break in continuazione, togliendo stabilità centrale ai pezzi e piuttosto rendendoli delle specie di caotici flussi di coscienza; si ascolti, messo a confronto, il pezzo forse più conosciuto e riuscito di Skrillex, ovvero Rock n’ Roll (Will Take You to the Mountain).
Quelli di The Path of Totality sono invece dei pezzi dalla struttura rock piuttosto scontata, vecchia di 10-15 anni, con radici ora nel passato dei Korn, ora nel più mainstream modern-radio-rock di fine 1990s e inizio 2000s (un pezzo come l’opener Chaos Lives in Everything, se depurato dall’elettronica, sembra uscito dal repertorio degli Staind), che passano attraverso una riverniciatura sonora completa in modo di farle suonare trendy all’orecchio del teenager attuale.
Si salvano dal songwriting banale e prevedibile i due singoli di lancio Get Up! e Narcissistic Cannibal, in cui i Korn riescono ancora a trovare qualche melodia decente, e che assieme ai break di Way Too Far costituiscono anche gli unici momenti in cui i DJ ospiti elaborano i tappeti elettronici in maniera un minimo variegata.
L’album è a conti fatti il successo né dei Korn né degli ospiti DJ, ma del producer-controllore Jim Monti, che è innegabilmente riuscito a dare a tutto il progetto un sound coerente e quadrato, rendendolo anzi forse l’album più coerente e quadrato nella carriera del gruppo (ma non è un fatto positivo: la vecchia creatività dei Korn risiedeva anche nei loro cambi stilistici da un pezzo all’altro).

La domanda-chiave nel capire i perché di un simile progetto è perché i Korn abbiano deciso di associarsi proprio ad un trend come il dubstep assurto a moda negli ascolti dei teenager americani degli ultimi 2-3 anni. Il collegamento non è così assurdo, in realtà: la band aveva modellato, con il salto produttivo di Follow the Leader, proseguendo con Issues, e arrivando al vertice con le distorsioni digitali di Untouchables, un sound metal che aggiornava all’era contemporanea lo spirito dell’industrial. Quello di album come Untouchables era già di suo un’originale forma ibrida di heavy rock, metal ed elettronica, che assieme ai due dischi precedenti aveva di colpo invecchiato le produzioni rock dei 1990s, per la maggior parte o calde e live o noise e lo-fi (area cui tra l’altro gli stessi Korn appartenevano nei primi due album a più basso budget), ad eccezione di act industrial-rock all’avanguardia dei tempi come Nine Inch Nails, e pochi altri sperimentatori d’eccezione.
Sembra quindi abbastanza comprensibile che, dopo alcuni dischi meno ispirati e addirittura dopo un ritorno nostalgico allo spirito più nu-metal col precedente Korn III, la band abbia ripescato in quella sua costante fissazione nell’aggiornare elettronicamente e melodicamente la rabbia dell’industrial-metal, e abbia deciso di farlo utilizzando una maniera moderna di fare elettronica. Il problema è che quella scelta consiste in una moda piuttosto effimera, superficiale e vuota di veri creativi: si tratta non del dubstep, ad essere precisi, ma del cosiddetto “brostep”, una variazione americana, più distorta e noise, del dubstep nato a partire dal 2004-2005 nello UK, in cui le originali linee cupe e pulsanti dei bassi tipiche del filone britannico sono state rimpiazzate da distorsioni rumoristiche nella fascia sonora dei medi, simili a break di chitarre elettriche super-effettate. Questo aspetto sonoro aggressivo, unito al fattore commerciale presso le platee teenageriali attuali, è senza dubbio ciò che ha spinto i Korn alla scelta specifica.

L’album vive sopra al merito di aver realizzato una fusione di generi che, sebbene come spiegato sopra svolta in maniera semplicistica, resta in ogni caso una mossa sperimentale, rischiosa e azzardata; l’averla condotta, averlo fatto pescando contributi da un filone attuale come quello dubstep/brostep, e aver eseguito i pezzi in modo tecnicamente passabile, specie grazie ad un Davis che continua a vocalizzare impeccabilmente (sebbene scarso in sede di scrittura, come gli altri), li pone in ogni caso su di un gradino di consapevolezza superiore rispetto a quello di progetti collaborativi come quello di Metallica e Lou Reed uscito lo stesso anno.
Ma, se queste caratteristiche lo salvano dal baratro, non lo possono invece salvare dall’essere la peggior release nella carriera dei Korn: il songwriting non è mai stato tanto banale e slavato a livello di strutture e melodie, i guest non provengono da background musicali in sé interessanti, e oltre a ciò nemmeno iniettano i contributi schizoidi che dovrebbero, anche perché costretti a non farlo già dal materiale di partenza.
Il fatto che dà più da pensare è che, forse, la descrizione di quest’album come “future metal”, fatta da Davis, potrebbe non essere affatto campata per aria.

5/10

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Korn – Korn III: Remember Who You Are

Posted by StepTb su settembre 25, 2010

Roadrunner, 2010
Album

I Korn, in realtà ormai già da un po’ sostanzialmente dimezzati rispetto al periodo dei capolavori (sia Head che Silveria non sono più nella formazione originale), tornano sul mercato discografico con il nuovo drummer Ray Luzier (già nella band di David Lee Roth e nel supergruppo Army of Anyone) e uno spirito dichiaratamente nostalgico, con Korn III: Remember Who You Are (registrato nel 2009 e pubblicato per la Roadrunner nel 2010), album prodotto nuovamente da quel Ross Robinson che in gioventù aveva ben azzeccato la cura del sonoro nei loro primi due dischi.
La scelta di produttore e titolo pare piuttosto auto-esplicativa del sound contenuto nel disco: in apparenza, i Korn sembrano tornati alla formula dei primi due dischi, riprendendo quel nu-metal ribollente e rabbioso con cui hanno marchiato a fuoco un’epoca; ma “sembrano” soltanto, perché in realtà quello di Korn III (in cui il numero sta ad indicare una continuità in serie con il debut del 1994 e il disco senza titolo del 2007) è più che altro una sorta di seconda versione di Take a Look in the Mirror (2003), disco con cui la band aveva già tentato di reagire ad un momento difficile (budget produttivo ridotto, Head non più a suo agio nel gruppo) con un “ritorno alle origini”, risultando tuttavia in un album poco interessante rispetto ai precedenti, segnando la fine dell’epoca d’oro. Come quel disco, a cui è superiore solamente grazie ad una produzione nettamente migliore (ma niente che sia ai livelli high-budget del periodo 1998-2002), anche Korn III esibisce sì tutto il sound aggressivo dei primi lavori, ma non riesce a consegnare un’oncia dell’oscura drammaticità e della violenza psicologica che contribuivano in larga parte alla grandezza degli stessi.

A poco vale l’analisi della maggior parte dei pezzi: Pop a Pill, Move On, Let the Guilt Go, ma anche l’apparentemente più originale Lead the Parade (nelle cui strofe Davis tocca nuovi vertici di epilessia) e il singolo di lancio Oildale (Leave Me Alone) (con un pattern ritmico quasi tribale e un chorus catchy) sono tutti la riproposizione di stilemi musicali già sentiti in maniera più fresca in Take a Look in the Mirror e in qualche momento di Untouchables; il loro unico motivo d’interesse sta nel constatare come Davis non abbia perso la propria potenza vocale, e come i colpi di basso di Fieldy siano tornati un elemento di primo piano, fondamentale per determinare l’umore delle canzoni.
Gli unici momenti in cui i Korn riescono a sfoderare un attacco emotivo da maestri, al livello del passato, risultano essere Fear Is a Place to Live (con la sua combo di strofe esagitate, contrappunti chitarristici, palpabili climax, melodie catchy) e The Past (con un eccellente riff iniziale, che non viene sprecato nello sviluppo grazie a delle indovinate soluzioni vocali di Davis e un ultimo pre-chorus che sembra la messa in musica di una serie di tic nervosi), ma su tutte è la costante tensione di Never Around, dai cenni dissonanti, a comunicare forse le più efficaci tinte claustrofobiche e paranoiche.
Peccato che i pochi picchi vengano riequilibrati in chiusura d’album dall’arrivo dei due pezzi meno convincenti, ovvero Are You Ready to Live? e Holding All These Lies, con la prima che torna ad alti livelli di già sentito (melodia vocale che ricorda quella presente a metà di Hollow Life, crescendo straziato a più voci che ormai suona come un cliché), e la seconda che non riesce a raggiungere in intensità i pezzi di chiusura presenti negli album precedenti (e, chiudendosi con grida disperate seguite da singhiozzi in lontananza, finisce per sembrare un’auto-imitazione ai limiti della parodia del finale di Daddy, senza riuscire a comunicare alcun vero dramma).

Lo stesso espediente già utilizzato con Take a Look in the Mirror non può essere ripetuto efficacemente ancora una volta, a maggior ragione se la band che dovrebbe tornare ai propri albori si è in realtà nel frattempo dimezzata, ma soprattutto se la riesumazione del sound originale appare più nominale e manierista che realmente affine al passato; difetto che oltretutto già si poteva notare in Take a Look in the Mirror, disco che tuttavia, a fronte della peggiore produzione, conteneva più guizzi e melodie indovinate (culminanti nel picco di una gemma come Did My Time). Korn III è insomma la ripetizione meno penetrante di un disco che già rappresentava uno stacco dai precedenti per il suo essere più di maniera, semplificato e riduzionista nella formula stilistica.

Questo nono album non modifica di una virgola la parabola discendente della band; un regalo agli “original fan” (sempre sorvolando sul fatto che gli “original fan” difficilmente possano restare soddisfatti da quello che non è un vero ritorno alle origini, impresa che sarebbe peraltro ormai troppo ardua, ma soltanto l’adozione di un sound più duro e nu-metal rispetto ai due album precedenti) potrebbe essere accettato come parentesi e divertissement da parte di un artista avviato e in piena fase creativa, come un disco minore dato alle stampe per gli affezionati prima di ripartire con la strada maggiore del materiale più impegnato e maturo, ma in questo caso tale album arriva dopo svariati anni di sperimentazioni non troppo convincenti, che avevano spento le speranze di una tale ripresa qualitativa. Korn III sembra insomma solo un tentativo di rattoppare gli ultimi due lavori, forse addirittura rinnegarli, e così finisce per screditare definitivamente i tentativi di aprire nuove strade compiuti da quei due album.
Il messaggio che ci sta comunicando la band è confuso: dobbiamo dimenticarci degli ultimi anni, e limitarci a trovare conforto in una ripresa del sound di Take a Look in the Mirror, perché alla fine ci basta quello? O forse è solo quello che realmente vogliamo? O forse la band si è convinta di non poter ormai fare meglio di così? O tutte e tre le cose assieme? Pare che, ancora una volta, bisognerà attendere un’altra release per avere delle risposte.

5.5/10

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Korn – Untitled

Posted by StepTb su agosto 20, 2007

(EMI/Virgin, 2007)
Album

L’ottavo album in studio dei Korn esce in un clima piuttosto critico: la band è ormai ridotta a tre elementi (Davis, Munky e Fieldy), con Head ormai perso e David Silveria a prendersi una pausa a tempo indeterminato per stare con la sua famiglia. Proprio a sostituire Silveria, su questo ottavo album compaiono Terry Bozzio (celebre batterista di impostazione jazz che in passato lavorò con Frank Zappa), Brooks Wackerman (nuovo acquisto dei Bad Religion) e lo stesso Davis alle pelli.
In secondo luogo, anche l’aspetto produttivo è passato attraverso diverse incomprensioni, tanto che l’iniziale duo The Matrix & Atticus Ross (lo stesso che produsse See You On The Other Side) si è molto presto ridotto al solo Atticus Ross per via della piega troppo pop che The Matrix stava dando al sound (con il solo Ross a controllarlo, invece, abbiamo un deciso sguardo verso il suono dei Nine Inch Nails, di cui Ross è un fidato collaboratore).

L’album, che è senza titolo (“Why not just let our fans call it whatever they wanna call it?“, dice Davis), si apre con una Intro a metà tra vaudeville e musiche da freak show anni ’20 (atmosfera che contamina bene o male un po’ tutto il complesso del lavoro).
Segue un inizio pessimo, con due tracce decisamente scadenti: Starting Over è una parata di cliché, che si eleva solamente nella cupola finale, eterea ma tagliente e angosciosa, mentre Bitch We Got a Problem, dal testo incentrato sulla schizofrenia, è musicalmente ricalcata sulle peggiori tracce di See You On The Other Side, a partire dalle ritmiche sino agli effetti chitarristici, passando per le melodie vocali.
Arrivando ad Evolution (anche primo singolo estratto) ci si rende facilmente conto di quanto sia la cosa migliore ascoltata dall’inizio dell’album: strofe claustrofobiche, testo intelligente e inquietante, chorus catchy ma non scontato. La canzone tra l’altro è stata subito al centro di un inutile dibattito tra la band e i fan dei Devo (con successivo intervento persino di Gerald Casale), che hanno accusato Davis e soci di aver rubato l’idea alla base (la de-evoluzione umana), ma ovviamente è solo sterile polemica (l’idea alla base non è stata certo un’invenzione dei Devo, semmai lo è stata la forma, e la forma in cui la esprimono i Korn ne è lontana anni luce).
A questo punto del disco ci si accorge comunque di un certo insoddisfacente esilio delle chitarre a ruolo di contorno, ma Hold On ripara alla lacuna riportando la pesantezza, ed esplode in una delle migliori combo bridge-chorus del disco.
Kiss è forse il vertice dell’album: una ballata tesa e inquieta, tra ritmiche epilettiche e contorno di arrangiamenti (pianoforti, synth, archi, mellotron e quant’altro) sempre presenti ma mai soffocanti e, cosa più importante, mai banali. La successiva Do What They Say ne è il naturale proseguimento: una distorsione gotica e opprimente in cui, a partire dalle tenui melodie di base, esce allo scoperto tutto il background gothic-rock e new-wave della band (specie di Davis), tra arrangiamenti industriali, rigurgiti laceranti, contrasti nei quali il rumore diventa progressione armonica.
Un esperimento che si tenta anche sulla seguente Ever Be, ma che stavolta non riesce davvero (tolti gli arrangiamenti molto curati, gli effetti chitarristici e la variazione di ritmica a metà traccia, restano in mano troppe scontatezze).
Love and Luxury è invece una delle tracce più azzardate (nel senso di più lontane dagli standard della band) ma anche trascinanti, tra le chitarre immerse in un calderone di effetti, una ritmica incalzante, svariate parentesi eteree, ed un continuo contrasto rumore-melodia con quest’ultima a sembrare quasi cacofonica (merito di Ross).
Un deciso calo si ha invece con l’aggressiva Innocent Bystander, ottima nelle parti di chitarra ma latente in tutto il resto: manca decisamente l’ispirazione e in Davis pare non ci sia quasi più nemmeno l’attitudine ad interpretare pezzi heavy. Come dimostra anche la prima parte di Killing, che da un’intro molto heavy va inizialmente a parare sullo stesso lido melodico-armonico già sentito anche eccessivamente sui pezzi meno freschi di See You On The Other Side o sulle meno ispirate tracce precedenti (Bitch We Got a Problem su tutte); ma almeno nella seconda parte (dal secondo chorus sino al termine) riesce a sollevarsi con una chiusura realmente angosciante e violenta, finalmente penetrante.
Hushabye è invece una delle tracce peggiori del lotto, troppe banalità e un chorus semplicemente brutto; si salvano solo le minime parentesi riflessive guidate da basso e percussioni (e c’è Davis alle pelli).
La finale I Will Protect You è al contrario uno degli esperimenti più creativi e più riusciti del disco, tra escursioni chitarristiche molto cupe e pesanti, arrangiamenti dissonanti, e una serie di elementi tipicamente korniani mescolati con grande maturità. La struttura del pezzo è disorientante e quasi vicina ad una mini-suite, mentre la chiusura (gli ultimi due minuti circa) sferra un pugno nello stomaco che lascia l’ascoltatore non con una sensazione di oppressione (come le ultime tracce dei loro precedenti dischi) ma di sfogo; è l’episodio che più di tutti mostra l’influenza di Bozzio sul songwriting.

L’ottavo album dei Korn non è un gran disco, c’è da dirlo, ma non si può imputare tutto ad un calo di ispirazione: come detto nella premessa la stabilità della band è stata minata da una serie di problemi, sia a livello produttivo che di line-up (e anzi, Bozzio ha registrato solamente 6 tracce per poi andarsene a causa di “conflitti personali”). L’elemento più confortante è che i Korn non si siano adagiati neppure stavolta sulla medesima formula stilistica, andando invece nuovamente a cercare la novità, il lido differente.
Ma lo spiraglio per un futuro convincente è rappresentato più di tutto dalle ottime Kiss, Love and Luxury e Do What They Say: è in quella direzione che la band deve spingersi, sfogando la sua vena gothic e dark, tra strappi industriali e atmosfere eteree e romantiche. Non avranno più molto da spartire con i Korn del passato, ma almeno si troveranno in un territorio in cui sapranno esprimersi, e risultare molto più facilmente affascinanti. Perché, qui, le tracce che rappresentano maggiormente un ponte con il passato sono anche le peggiori (ad eccezione delle più creative nel rileggerlo: I Will Protect You, Evolution, Hold On, Killing. E basta). Altri passi in direzioni che non riescono a conciliarsi con lo spirito interno di Davis e soci non porteranno a nulla, così come irriteranno altri ricicli delle soluzioni produttive o melodiche di See You on the Other Side.
Un altro album che suonerà come “di transizione”, con una serie di tracce-compromesso colme di cliché invece di un’apertura netta e chiara ad un nuovo percorso, difficilmente potrà dire ancora qualcosa di non noioso, visto che già in questo ottavo lavoro metà delle tracce possono essere tranquillamente dimenticate.

5/10

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Korn – MTV Unplugged: Korn

Posted by StepTb su marzo 7, 2007

(EMI/Virgin, 2007)
Album

Antipasto allottavo album di inediti dei Korn, MTV Unplugged: Korn testimonia la performance tenuta dalla band il 9 Dicembre 2006 a New York davanti ad una folla di una cinquantina di persone. Come altri artisti heavy prima di loro (Nirvana su tutti), i Korn rileggono molti dei loro pezzi in chiave acustica facendo emergere la parte meno aggressiva e più melodica del loro sound invece di quella più distorta e urlata.
Ad accompagnare loperazione gli arrangiamenti curati da Richard Gibbs (archi, fiati, percussioni, cori), nonché leccellente Zac Baird al pianoforte. Inoltre, due duetti con ospiti illustri.

Apertura classica, con Blind, ma che riesce ugualmente a stupire: la canzone viene reinterpretata con chitarre spagnoleggianti ed un finale di puro flamenco. Difficile abituarsi a questa versione, ma innegabile che sia ben riuscita.
Non si può invece non restare stregati dalla rilettura della seguente
Hollow Life, con intro e strofe in chiave ambient e onirica, subito spezzate dai sussulti abrasivi e un po dissonanti di voce e chitarre, intermezzati da due pause al pianoforte ad impreziosire il tutto.
Troppo fuori fuoco invece Freak On A Leash, cantata in duetto con Amy Lee degli Evanescence: le vocals, nelle strofe, sembrano un vero e proprio dialogo teatrale forzatamente melodrammatico, e la musicalità pop degli strumenti non aiuta di certo, tuttavia la rivisitazione arabeggiante delle musiche e il finale vocale della Lee (dal classico stampo Evanescence più felice) riabilitano un pezzo che sembrava essersi perso nella radiofonicità.

Loscura rilettura di Falling Away From Me riporta il sound su binari riflessivi, con strofe quasi dream-pop e chorus frustrato (valorizzato dagli archi e lievemente dissonante nelle chitarre); è uno dei vertici del lavoro.
Si arriva così alla prima cover, ovvero Creep dei Radiohead. Un passo naturale per la band quello di coverizzare tale brano: Creep è un vero e proprio manifesto del loner/loser, figura con cui Davis si è da sempre identificato, portandola in una nuova dimensione e incarnazione (dopo quella del grunge). La cover è inoltre straordinariamente ben fatta.
La seconda parte del disco difetta di classici in favore di riletture dallultimo full-length See You On The Other Side, forse perché sentito molto più vicino dalla band (in fondo è il primo senza Head); i remake di Love Song, Twisted Transistor e Coming Undone si fanno apprezzare (specie perché ripropongono acusticamente pezzi in origine infarciti di elettronica), ma manca qualcosa; forse delude il fatto che ci sia assai poco della bravura dei Korn in queste riletture (le parti migliori sono infatti il pianoforte di Baird, le percussioni mediorientali di Jochum e gli arrangiamenti agli archi). Inoltre laver prediletto questi brani rispetto ai classici lascia un po damaro in bocca.
Non deludono invece una versione eccellente di Got The Life (specie per il lavoro di pianoforte) e la discreta medley tra Make Me Bad e In Between Days (con tutti i The Cure di Robert Smith come ospiti), a sottolineare una volta in più il background darkwave di Davis.
Chiude il disco un ultimo pezzo da See You On The Other Side, ovvero Throw Me Away; il fatto che sia uno dei brani migliori del suddetto disco e che sia riletto anche con sitar e percussioni di taiko (i timpani folkloristici giapponesi) rende la conclusione del lavoro davvero godibile.

Punti forti predominanti: nel caso delle tracce più riuscite è davvero un piacere riascoltare remake così stravolti ma allo stesso tempo ben fatti; sono inoltre piacevoli sorprese la cover e la medley.
Punti deboli predominanti: qualche classico in più (magari al posto di inutilità come Coming Undone) non avrebbe guastato; inoltre non sono granché condivisibili le autocensure sui testi per esigenze televisive (mascherate nel caso di Creep e Twisted Transistor, più evidenti su brani come Freak On A Leash).


Thoughtless
, No Ones There e Dirty, registrate nella medesima occasione, sono state omesse. Le prime due sono comunque b-sides scaricabili legalmente dai siti della band e di MTV.


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Clip of the Day

Posted by StepTb su settembre 17, 2006

Korn – Here to Stay (Live @ Rock am Ring 2006)

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Korn – See You on the Other Side

Posted by StepTb su agosto 8, 2005

(EMI/Virgin, 2005)
Album

Come in Take a Look in the Mirror, anche per il successivo See You on the Other Side (EMI/Virgin, 2005) i Korn registrano ancora una volta nello studio casalingo di Jonathan Davis, ora però con l’aiuto dei produttori Atticus Ross e The Matrix, curatori delle soluzioni elettroniche e di alcune melodie. Stavolta quindi il risultato sonoro è decisamente migliore, specie per quanto riguarda la batteria; il basso di Fieldy però sperimenta effetti inediti ma che lo pongono nettamente in secondo piano rispetto al resto del gruppo nella maggioranza delle tracce.

Le registrazioni sono anticipate da Greatest Hits, Volume 1, che celebra i dieci anni di vita della band (uscito nel 2005 e contenente solo 20 tracce, tra cui le riuscite cover di Another Brick in the Wall dei Pink Floyd e Word Up dei Cameo, nonché un inutile remix di Freak on a Leash), e poi dalla rottura del contratto con la Sony, etichetta che ha pubblicato tutti i precedenti lavori della band e che come ultima mossa commerciale pubblicherà l’inutile raccolta Live and Rare nel 2006.
C’è da segnalare anche che Head, storico chitarrista della band, prima delle registrazioni dell’album ha lasciato il gruppo in via definitiva, per ritirarsi ad un improbabile futuro da predicatore religioso.

Con questo See You on the Other Side la band compie un altro passo evolutivo, che la distacca nettamente dal precedente disco, e continua invece il discorso di Untouchables.
Musicalmente parlando il lavoro è ricchissimo di spunti elettronici e dark-wave, elementi dunque che ci suggeriscono un Jonathan Davis ancora una volta leader dello stile musicale del gruppo (dato che queste erano le innovazioni da lui ricercate nel loro quarto e quinto album). Il sound stavolta è però nettamente più radio-friendly.

Twisted Transistor (accompagnato da un video autoironico nonché sarcastico nei confronti della scena hip-hop nera americana) apre l’album presentandone già tutte le caratteristiche sonore, ma è un singolo di lancio/apertura molto leggero e commerciale rispetto ai singoli dei lavori precedenti.
Le successive Politics (sostenuta molto bene da chitarra e voce) e Hypocrites approfondiscono il discorso in maniera più heavy, anche se la seconda mostra un Munky in leggera difficoltà a comporre i pezzi di chitarra da solo (sono infatti fortemente debitori di Follow the Leader); handicap che ad ogni modo viene compensato dagli avvolgenti arrangiamenti elettronici.
A questo punto sarebbe d’uopo qualcosa di più inquietante o up-to-face, ma invece arrivano la smorzata e superficiale Souvenir e la decisamente scadente 10 or a 2-Way (bella solo nel finale psichedelico, fra trip elettronici e cornamuse).
Per fortuna il disco viene risollevato dalla cupa Throw Me Away, immersa in distorsioni dark-wave, percussioni tetre e disturbi industrial; fortemente debitrice dal sound di Issues ma anche dal post-punk e dai Nine Inch Nails, è ad ogni modo uno dei vertici del disco.
Il discorso prosegue su binari soddisfacenti con la sua traccia più inedita e sperimentale, ovvero Love Song; affogata negli arrangiamenti elettro-industriali, è un pezzo particolare e a metà tra la dark-wave e la dissonanza d’avanguardia di matrice industriale.
Open Up è un’altra composizione molto sperimentale, vicinissima ad Untouchables ma arricchita ancora una volta da reminiscenze dark/new-wave molto forti, con una parte centrale ed un finale che rimandano addirittura a gruppi shoegaze come i My Bloody Valentine.
Dopo un breve interludio (al temine di Open Up), parte il secondo singolo Coming Undone; nettamente più pesante e arrabbiato delle canzoni precedenti, ha il pregio di avere come forza trascinante non la leggerezza danzereccia di Twisted Transistor ma piuttosto le inquietudini di Issues. Peccato solo che la batteria sia campionata, scontata e ripetitiva.
Questa parte del disco è evidentemente scritta per non perdere i fan di vecchia data e del precedente album, dato che anche Gettin’ Off suona parecchio pesante e arrabbiata; a differenza di Coming Undone, però, è ripetitiva non nella batteria quanto proprio nel suo essere. Rimanda molto a Take a Look in the Mirror e ciò non è un pregio.
Rabbia e furia anche nella seguente Liar, presumibilmente dedicata al dipartito Head (ma non solo), con un Jonathan Davis che plagia se stesso (dopo il secondo ritornello rifà Twist); trascurabile, risollevata leggermente da un finale ancora una volta elettro-psichedelico immerso in campionamenti e cornamuse.
Anche in For No One troviamo un sound purtroppo molto vicino al precedente disco; e se in questa traccia il trio Fieldy-Silveria-Munky convince pienamente, Davis invece non riesce ad emergere con qualcosa di realmente coinvolgente.
Dopo questa seconda parte nettamente inferiore sia rispetto allo sperimentalismo dei pezzi centrali sia rispetto alla discreto-mediocre apertura, c’è invece un finale parecchio convincente. Seen It All è infatti un vero incubo che parla ancora una volta dell’infanzia, dall’interessante testo riflesso nell’artwork dell’album; musicalmente presenta un’overdose di elettronica e campionamenti di ispirazione reznoriana (c’è perfino un pianoforte), che immergono e stratificano la musica in un rituale gotico-liturgico spiazzante e perfetto per introdurre la finale Tearjerker, che come tutti i pezzi finali degli album dei Korn è la traccia più psicologicamente sconvolgente: sorretta per 3 minuti e mezzo unicamente da rumori e arrangiamenti elettronici su cui costruisce melodie la voce di Davis, esplode poi in una cupissima ballata dark-wave aggiornata all’epoca del post-metal (specie per quanto concerne la sezione ritmica), in cui le distorsioni estreme della chitarra di Munky si fondono alle note di pianoforte e agli stratificati arrangiamenti rumoristici.

La dipartita di Head ha giovato in termini di freschezza al sound dei Korn, ormai a rischio ristagno, in favore di un altro passo avanti nello sperimentalismo; tuttavia il lavoro non convince del tutto ed è molto confuso e impastato, mentre la mano spesso inopportuna di The Matrix gli dona un aspetto commerciale e radio-friendly che lo ostacola dall’essere un Issues per il 2005.
Può ad ogni modo risultare un ibrido di preparazione per qualcosa di complessivamente più raffinato ed emotivamente coinvolgente.

In edizione limitata si trova inoltre un bonus-disc con le b-sides dell’album.
Se It’s Me Again non convince del tutto, il synth-rock di Eaten Up Inside e l’oscura Last Legal Drug (Le Petit Mort) avrebbero potuto stare tranquillamente sull’album, magari sostituendo le tracce meno sperimentali, e ne avrebbero accresciuto di certo la qualità artistica.
Sono presenti inoltre due tracce multimediali (Twisted Transistor e Hypocrites eseguite dal vivo a Mosca) e una pass per scaricare la b-side Too Late, I’m Dead (un’altra canzone abbastanza sperimentale e cupa) dal web.
In altre edizioni si possono trovare anche le b-sides Appears e Inside Out, queste ultime però nulla di eccezionale.

6/10

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