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Kylesa – Spiral Shadow

Posted by StepTb su dicembre 29, 2010

(Prosthetic, 2010)
Album

Nel 2010, i Kylesa pubblicano il loro quinto album Spiral Shadow (sempre per la Prosthetic).
Il disco segna un deciso passo in avanti verso l’abbandono delle sonorità metalcore degli esordi, e l’incorporamento di soluzioni più melodiche, mutuate dall’aprirsi all’assorbimento di influenze alternative-rock da Sonic Youth e proseliti, che già in Static Tensions erano presenti specialmente nelle linee vocali di Laura Pleasants.
L’album è nel complesso minimamente inferiore al precedente, perché non ha il coraggio di abbracciare in maniera coesa e costante tale approccio, e sceglie invece la via meno indolore del dedicare metà delle tracce alla nuova ricerca sonora, e l’altra metà ad accontentare i fan del loro periodo più hardcore. L’album difatti si apre con sparate hardcore-sludge furenti come Tired Climb (che si apre con tappeto di percussioni e fraseggi orientali di chitarra, prima dell’esplosione di distorsioni), l’abrasiva e rumoristica Cheating Synergy, la più lunga Drop Out (che inizia con tessiture post-metal alla Isis, e apre una parentesi di sole percussioni violentemente tribali prima del finale), e l’acida Crowded Road (aperta e chiusa da riff portanti che imitano Unknown Awareness, e spezzata da una parte centrale di fraseggi heavy-psych mediorientaleggianti su rimbombo percussivo delle due batterie), che aggiungono nuove idee allo stile del precedente disco, ma non ne eguagliano la potenza brada.
Il cambio di rotta arriva con la catchy Don’t Look Back, sostanzialmente un grunge noise sullo stampo dei primi The Smashing Pumpkins, ma trasfigurato da ritmi rallentati e pesantezza massiccia delle chitarre.
Dopo tale punto di svolta, l’album decolla realmente grazie a Distance Closing In (in cui strofe atmosferiche e minacciose con cantato recitato, quasi in stile new wave, di Phillip Cope, si alternano al chorus violento e sincopato, cantato dalla Pleasants), To Forget (con canto della Pleasants in stile Sonic Youth mentre le chitarre sfornano riff sludge alla Baroness e le batterie trafiggono di battiti l’impasto sonoro), Forsaken (su ritmica marziale, con riff alla Black Sabbath, cantilena vocale da notte di Halloween, sample rumoristici, arpeggi funebri), e si sublima nei 5 minuti dell’ambiziosa e ipnotica title-track (che si apre con fraseggi chitarristici hard-rockeggianti e psichedelici, su base percussiva quasi esotica, cui segue strofa melodica con cantato femminile avvolto da arpeggi liquidi e riverberati, che poi restano come tappeto anche alla successiva ripresa dei fraseggi heavy-psych iniziali, prima della breve esplosione di un riff distorto, sospensione del ritmo, e ripresa della strofa stavolta su tappeto sludge, con nuovo travolgente fraseggio di chitarra, e infine coda di puro heavy metal).
I due minuti della vivace Back and Forth, affogati in strati di chitarre effettate, sono gli unici non convincenti di questa svolta più melodica e alternativa, ma vengono abbondantemente riscattati dalla conclusiva Dusted, un magnifico alternative-rock immerso in un’atmosfera di malinconia esistenziale, che, nonostante il suo essere completamente diverso dal resto del repertorio della band, si colloca tra i loro capolavori grazie alla cura nel portare alla massima espressività gli accordi distorti, il canto sommesso di Cope, le parti di chitarra (che passano da arpeggi angelici su basso distorto a fraseggi sofferenti in cerca di una catarsi salendo in acuto per poi implodere nel finale).

7.5/10

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Kylesa – Static Tensions

Posted by StepTb su aprile 9, 2009

Prosthetic, 2009
Album

Con il quarto full-length Static Tensions, i Kylesa di Savannah giungono al loro capolavoro: l’album suona difatti come un punto d’arrivo ben definito, e palesa ulteriormente l’anima transitoria del precedente Time Will Fuse Its Worth (2006), disco nel quale venivano incorporate per la prima volta la doppia batteria e le influenze post-metal, ma in cui il songwriting non risultava ancora all’altezza delle ambizioni, finendo per crollare in una seconda metà nettamente inferiore alla prima.
Static Tensions si allontana di qualche passo dallo sludge-core più nevrotico e veloce dei dischi precedenti, ridimensiona la fragorosità delle chitarre (i “wall of sound” metallici scendono di posizione, esaltando i ruggiti viscerali dei groove), ma allo stesso tempo spazia in variazioni stilistiche più interessanti, e indovina un azzeccato utilizzo delle due batterie (che vengono registrate e mixate separatamente nei due canali left e right, creando un effetto psichedelico).
In linea di massima è anche evidente l’influenza ispirativa esercitata dai concittadini Baroness, autori tra il 2003 e il 2007 di due EP e un album che hanno irrimediabilmente segnato l’evoluzione di sludge e post-metal grazie ad una delle formule più creative del periodo.
Altra decisiva influenza sull’evoluzione intrapresa sembrano essere anche i Sonic Youth, ricordati specialmente nelle voci sepolte dalle chitarre (tipico marchio della tradizione noise-rock) e nelle melodie vocali della chitarrista-cantante Laura Pleasants (che spesso evocano Kim Gordon).

La differenza con molti altri acts dello stesso genere è che i Kylesa, nella loro evoluzione, sembrano intenzionati soprattutto a non perdere mai di vista la propria furia ritmica e le proprie radici hardcore, come testimoniano peraltro sin dall’opener Scapegoat, un trascinante hardcore in piena regola con un’accoppiata catchy di scream vocale maschile e riffing chitarristico.
I primi cenni sperimentali arrivano invece con Insomnia for Months, breve orgia di ritmi sincopati, esplosioni sludge, vortici sonori e un primo passaggio da melodia a scream della Pleasants.
L’attacco del doppio drumming si fa furibondo e ricco di influenze tribali nella disorientante Said and Done, divenendo ancora più esotico nella seguente Unknown Awareness, a tutti gli effetti uno dei vertici del disco, elevato da un’ipnotica introduzione mediorientale che sfocia in un esplosivo chorus e un bridge psichedelico.
Il crescendo di sperimentazione tocca anche un picco “doom” con la cadenzata e pesante Running Red, che riesce ad omaggiare allo stesso tempo sia la tradizione foxcore (con le melodie grunge-punk della Pleasants) sia i più massicci riff dei Black Sabbath (nel chorus la chitarra quasi rimastica il riff di Iron Man), chiudendosi in una coda stoner-doom demolitrice.
Natures Predators, forse l’unico momento superfluo e poco riuscito del lavoro, lascia spazio a Almost Lost, le cui melodie e stratificazioni riescono a centrare l’enfasi epica già rincorsa lungo le prime tre tracce, ma l’album si chiude con un trittico ancora più interessante, tra Only One (implacabile e coesissima sequenza di esplosioni hardcore, malinconiche melodie vocali femminili, drumming impazziti, assoli su base sludge e lente cadenze doom), Perception (aperta da un caotico vortice sludge cui seguono un riff trascinato da declamazioni punk, e un grandioso crescendo melodico che vede il doppio drumming elevarsi in un delirio psichedelico prima di sfociare nella micidiale coda) e la conclusiva To Walk Alone (che sfrutta ancora una volta felicemente il talento canoro della Pleasants, facendola passare da una nenia melodica in stile Sonic Youth ad un’esplosione screamo, attraverso uno dei più suggestivi e mediorientaleggianti climax musicali dell’album).

7.5/10

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