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Liars – Sisterworld

Posted by StepTb su marzo 15, 2010

Mute, 2010
Album

Anticipato nel 2008 da uno split con la band noise-rock No Age, il quinto full-length dei Liars viene registrato nel 2009 e pubblicato per la Mute Records nel marzo 2010, con il titolo Sisterworld.
Il trio era atteso al varco, dal momento che, dopo il sorprendente concept avanguardista Drum’s Not Dead (registrato nel 2004, pubblicato nel 2006), aveva decisamente cambiato rotta con il successivo omonimo Liars (2007), disco non solo più terra-terra e legato alla tradizione noise-rock, ma anche più autoindulgente, meno passionale e caratterizzato dalla sensazione che la band fosse sempre parzialmente annoiata nei propri esperimenti.
Con Sisterworld, i tre probabilmente hanno voluto contrastare tale impressione: se i sentieri più surreali e astratti di Drum’s Not Dead sembrano ormai definitivamente lasciati alle spalle, dal momento che anche stavolta il sound si avvicina più al panorama indie-rock e noise-rock, è anche vero che tale approccio meno intellettuale e più “corporeo” sembra essersi scrollato di dosso il torpore del disco omonimo.
L’album segna anche il “ritorno a casa” della band, che registra nuovamente a Los Angeles dopo la parentesi berlinese dei precedenti due album.

L’opener Scissor ricorda da vicino lo stile dei TV on the Radio (e la cosa non sorprende, dato che lo stesso David Sitek ha collaborato in passato con la band in sede produttiva), nella sua spettrale introduzione di voci stratificate in falsetto, almeno fino a quando un distorto e violento refrain noise-rock in mid-tempo interrompe brutalmente l’atmosfera, poi sparendo e ricomparendo per chiudere la traccia.
Ricalcando lo schema dell’album precedente, dopo un’opener aggressiva arriva un numero più melodico e soft, qui rappresentato da No Barrier Fun, forse anche il pezzo dagli arrangiamenti più giocosi e armoniosi (beat quasi hip-hop, fruscii ambientali, bolle sintetiche, loop di violino, trilli di carillon), valorizzato da un’apatica ma catchy nenia vocale di Andrew.
Una progressione cinematica da thriller rende Here Comes All the People il ritratto di uno psicopatico, detonato da pulsazioni di basso, batteria fragorosa, arpeggi sinistri di chitarra, pause d’assestamento in cui compaiono violino e pianoforte.
Le stratificazioni dark-ambient e dissonanti di Drip costituiscono il collante con il rock scatenato di Scarecrows on a Killer Slant, con voce urlante in stile hardcore-punk, riff portante che impasta chitarre riverberate e dissonanti, pulsazione di synth basso che va e viene.
I Still Can See an Outside World inizia come una ballata onirico-decadente, per poi tramutarsi in aggressione noise-rock con lo stacco costituito da un giro di basso e da un riff chitarristico ultra-sporco, sino ad una coda che riprende il tiepido e innocuo arpeggio iniziale; meno aggressiva ma più inquietante, la successiva Proud Evolution (anche la traccia più lunga, sebbene con soli 5 minuti di durata) costruisce una dimensione surreale e thriller grazie agli echi di chitarra e synth, senza rinunciare ad una sezione ritmica groove che ricorda la new-wave di Public Image Ltd. e Gang of Four in versione minimale e gotica.
Le schitarrate frastornanti di Drop Dead, cantata con piglio decadente, possono essere inquadrate come una personalizzazione dissonante e “indie” della power-ballad new-wave, mentre lo scanzonato noise-rock di The Overachievers dimostra in maniera palese l’influenza che la collaborazione con i No Age ha avuto sul trio.
C’è ancora spazio per Goodnight Everything, ancora giocata su soluzioni inquietanti e atmosferiche, su cui si innestano una massiccia batteria e bizzarri arrangiamenti ai fiati, prima della chiusura Too Much, Too Much, ballad sognante immersa nei riverberi chitarristici, che ricorda un po’ la chiusura di Drum’s Not Dead, dalla quale si differenzia specie grazie al borbottante tappeto di synth fuori controllo.

Siamo forse lontani dall’ispirazione e dall’innovazione di Drum’s Not Dead, ma considerando l’assenza di tediate autoindulgenze rumoristiche (come invece in Liars), e ad un più ampio sguardo considerando la qualità e personalità media delle release contemporanee, non è difficile accogliere questo ritorno a braccia aperte.

6.5/10

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Liars – Liars

Posted by StepTb su settembre 21, 2007

Con il quarto album, l’omonimo Liars (Mute, 2007), registrato al Planet Roc di Berlino, il trio compie un ennesimo cambiamento stilistico, seppur non radicale, e prende una certa distanza dalle sperimentazioni più astratte, free-form e surreali di Drum’s Not Dead in favore di un sound più legato alla scena indie-rock e noise-rock.
Il momento più rock e potente in realtà risulta proprio l’opener Plaster Casts of Everything, con batteria a martello, riffing possente che intreccia chitarre e synth, pulsante loop di basso, voce che grida un falsetto spettrale, sino ad uno stacco che introduce una coda costruita su di un altro potente intreccio di chitarre e synth, con batteria ancora più fragorosa.
Houseclouds mixa un beat electro-hip-hop con tastiere synth-pop, mentre Andrew passa dal falsetto caricaturale a refrain melodici riverberati, ma la successiva Leather Prowler, un’orgia rumoristica di battiti ultra-distorti e stecche chitarristiche, oltre a riportare in primo piano il lato più lo-fi della band pare anche finalizzata a rinnegare gli eccessi catchy della track precedente.
Una ballad onirica sulla scia di quelle presenti in Drum’s Not Dead arriva con Sailing to Byzantium, tuttavia accompagnata da un battito piuttosto regolare e sporcata solo da qualche bizzarria in arrangiamento (lontani colpi dissonanti), almeno sino alla potente coda introdotta da un giro distorto e accompagnata verso la fine da organi quasi prog-rock e un tipico lagnoso falsetto di Andrew.
What Would They Know disegna un altro paesaggio psichedelico, vagamente surreale e lo-fi, con fragorose schitarrate, tensioni orientaleggianti, voci da oltretomba e una massiccia dose di riverberi e stratificazioni piuttosto amatoriali.
Il breve synth-rock Cycle Time fa esplodere gli strumenti in due distinti loop che ne costituiscono la prima e seconda metà, mentre la produzione tendente al noise li rende psichedelici e la voce in falsetto ne potenzia l’aspetto surreale.
Andrew vira quasi sul crooning in Freak Out, sorta di voodoobilly con linea di basso distorto, ossessivo pattern batteristico, e soprattutto un magma incontrollabile di riverberi chitarristici.
Il trio resta ancora nei territori del noise-rock lungo la successiva Pure Unevil, dominata da dissonanze, ritmo minimale a martello e sgraziate stecche alla chitarra di scuola The Velvet Underground, si vivacizza con la più groovy e danzereccia (ma non meno frastornante) Clear Island, ma poi sprofonda nell’inutile The Dumb in the Rain, costituita da autoindulgenti muri di stratificazioni e anonime distorsioni riverberate, prima della chiusura Protection, altra ballata sintetica, stavolta soffocata da un continuo massiccio drone tastieristico dal sapore tristemente funebre.
La sensazione è che ai pezzi del disco stavolta manchi un vero cuore emozionale, risultano esperimenti ancora una volta creativi e intriganti, ma stavolta paiono sempre parzialmente annoiati da se stessi, nel loro succedersi si riesce raramente a percepire la passione della band nell’esprimersi.

6.5/10

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