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Limp Bizkit – Gold Cobra

Posted by StepTb su luglio 6, 2011

(Interscope/Polydor, 2011)
Album

Negli anni successivi alla pubblicazione del bestseller Chocolate Starfish and the Hot Dog Flavored Water, l’astio del grande pubblico verso gli atteggiamenti di Fred Durst è gradualmente cresciuto: non solo da parte dei fan della prim’ora, che non gli perdoneranno mai né l’aver svenduto i Limp Bizkit al mainstream (sia nel sound che, soprattutto, nello spirito) e l’essere diventato per anni un prezzemolino di MTV, né l’aver spezzato i rapporti interni della band a causa del proprio egocentrismo facendo fuggire Wes Borland, ma anche da parte del grande pubblico, come storicamente si sa rapidissimo a salire sul vagone dei trend tanto quanto a ripudiarli e insultarli non appena cambia la tendenza. Un completo fallimento come Results May Vary aveva reso chiaro che la band, priva di Borland e comandata dal solo Durst, è perduta; il rientro di Borland era poi avvenuto per il successivo The Unquestionable Truth (Part 1), ma tra tensioni interne ancora elevate, e in assenza del drummer John Otto causa riabilitazione dalle droghe; Borland se ne va poi immediatamente per seguire il suo progetto Black Light Burns, mentre gli altri tentano un accordo con il chitarrista Terry Balsamo (ex Cold) che non giunge a conclusione. Con anche un sito web ufficiale chiuso, la band sembrava defunta.
Eppure la formazione originaria dei Limp Bizkit si riunisce nel 2008, e stupendo un po’ tutti annuncia un nuovo disco in cantiere. I seguenti concerti live (a dire la verità non entusiasmanti) e il continuo rimandare la data di uscita del fantomatico nuovo lavoro, però, finiscono per deludere nuovamente, e far temere un nuovo Chinese Democracy.

L’album Gold Cobra invece esce davvero, nel giugno 2011, e supera incredibilmente ogni pessima aspettativa.
Anzitutto, la preoccupazione principale era l’età anagrafica dei membri, ormai apparentemente poco compatibile con l’energico crossover degli esordi: le esibizioni dal vivo decisamente più stanche che in passato, così come la concreta possibilità di un percorso sonoro più soft e mainstream (già avvenuto d’altronde con Results May Vary), sembravano indicare tale situazione; eppure, la potenza giovanilistica dell’album fa sembrare che, almeno in studio, la band sia ringiovanita di un decennio.
L’album è poi superiore ai risultati precedenti. Superiore a Results May Vary, perché non si concede a sbandamenti pop radiofonici e non diluisce in maniera innocua il proprio stile; superiore anche a The Unquestionable Truth (Part 1), perché qui la band non tenta più di percorrere una strada “impegnata” e anticommerciale in maniera forzata, ripudiando le proprie radici e perdendo gran parte della propria unicità; superiore, probabilmente, anche a Chocolate Starfish, disco assolutamente disomogeneo in cui convivevano idee buone e idee disastrose, e in cui la personalità ingombrante di Durst aveva finito per appiattire ogni potenzialità.
Gold Cobra torna incredibilmente all’epoca di Significant Other, tutt’oggi l’album più variegato, innovativo e ispirato del quintetto; non presenta la stessa quantità strabordante di idee, non possiede la stessa carica innovatrice, non raggiunge il livello di pathos ed epicità dei suoi episodi migliori (pezzi grandiosi come Re-Arranged e Don’t Go Off Wandering sono ormai miraggi), ma gli è vicino nel sound e nello spirito più di quanto sia vicino a qualsiasi altro loro disco. Gli equilibri interni sembrano difatti tornati a funzionare come funzionavano nel 1999, le ambizioni commerciali ed egomaniache di Durst sembrano essersi fatte una possente doccia fredda, e la band sembra aver ritrovato quel feeling “libero” e giocoso assolutamente necessario e vitale per poter scrivere del buon crossover.
Uno dei problemi storici degli album della band, ovvero la disomogeneità qualitativa dei pezzi, è stato oltretutto corretto: da una parte sono andate così perdute le velleità più sperimentali e anti-genere tipiche di Significant Other e di parte di Three Dollar Bill, Yall$ (e non è un caso che purtroppo i contributi di DJ Lethal siano in Gold Cobra abbastanza limitati, non essendoci nemmeno un pezzo tendente al puro hip-hop), dall’altra parte si ha di fronte un disco assolutamente compatto e omogeneo sia nel sound che nello stile, che, seppure non presenti vertici degni di finire tra i capolavori della band, non presenta neppure cadute rovinose, mantenendo la qualità e il coinvolgimento su di un livello accettabile dall’inizio alla fine.
Dopo la consueta introduzione, stavolta intitolata Introbra, la successione a raffica di mitra delle varie Bring It Back, Gold Cobra, Shark Attack, Get a Life, Shotgun e Douche Bag fa semplicemente terra bruciata: si tratta del rap-rock/rap-metal più groovy, coinvolgente e infettivo che si sia sentito da anni a questa parte. Non mancano i difetti, ad esempio le urla straziate di Durst in Get a Life non possono più competere con quelle ben più violente di Three Dollar Bill, Yall$ (ma il pezzo è il più in linea di tutti con quel disco: non solo lo screaming, ma anche la base frusciante delle strofe e l’impasto sonoro del chorus, che tocca il vertice di dissonanza rumoristica dell’intero album), il riff portante della title-track sembra una copia di quello dei Godsmack nel loro pezzo I Fucking Hate You, e la successione armonica dei riff in Shotgun ricorda da vicino quella di Counting dei Korn (complice anche il sound korniano del basso di Sam Rivers), ma il groove che riescono a sprigionare non deriva da nessun altro artista, è una capacità innata dell’alchimia limpbizkitiana, qui finalmente ritrovata.
Si nota anche il fatto che Durst limiti leggermente il proferire di volgarità nei testi rispetto agli eccessi di Chocolate Starfish (con l’eccezione di Douche Bag, il cui chorus recita “Douche bag, I’m a fuck you up, fuck you fuck you fuck you up“), dando ad essi un senso più compiuto, ma allo stesso tempo senza impegnarsi quasi mai in tematiche adulte: è la conferma che la band voglia ritrovare le proprie radici, senza voltare le spalle a quel disimpegno divertito che era proprio di molti loro vecchi pezzi. Bring It Back sfodera anche una sarcastica osservazione sui tempi passati e presenti (“Gimmie the fuckin’ riff we gonna use to break your back” … “Remember all them 90’s things, them 90’s hits we laced like this. Commin’ to you live 2012 and hell there’s still not shit like this” … “I’m gonna say what I want you can look it up. Wikipedia probley gonna fuck it up. I don’t give a damn, cuz its on. Most people never last this long“), perfetto per introdurre il “back to the past” rappresentato dal sound dell’album, ma segna anche come Durst non abbia perso il difetto di scrivere versi che rimino con la medesima parola.
Il momento di pausa e riflessione arriva appena con le due power-ballad Walking Away e Loser; la prima, costruita su di un arpeggio non proprio originale (ad esempio A Song for Milly Michaelson dei Thrice è completamente sostenuta da uno quasi identico) e con un chorus vocale che riecheggia vagamente Scarborough Fair, resta comunque una delle migliori ballate composte dalla band, superiore a My Way e quasi al livello di No Sex, grazie soprattutto alla cura nel costruire un continuo crescendo drammatico e sonoro, fino al climax distorto e urlato del finale. Loser, che suona simile alle power-ballad più deboli dei Taproot, è invece uno dei punti bassi del lavoro, assieme alla successiva party-song (in stile Chocolate Starfish) Autotunage, ironico e dichiaratamente quasi demenziale pezzo in cui Durst canta utilizzando appunto l’autotune tipico del pop e r&b mainstream, che tuttavia riesce a sfoderare un chorus pericolosamente catchy.
Chiude il disco l’ottima successione di 90.2.10 (un altro trascinante pezzo crossover in perfetto stile Significant Other, nel cui testo Durst sigilla anche la sua riappacificazione con Corey Taylor degli Slipknot), Why Try (più breve e heavy) e la conclusiva Killer in You (con beat spigoloso e chitarre metalliche ed angolari, in una sorta di incrocio tra Three Dollar Bill, Yall$ e i pezzi più seri di Chocolate Starfish, come Boiler), costruita con un altro riuscito crescendo in cui a dominare è la chitarra di Borland.

L’eccezione alla solida qualità mantenuta lungo tutto il disco è quindi rappresentata sostanzialmente solo dal pezzo Loser, una power-ballad eccessivamente svenevole che sembra uscita da Results May Vary: è un neo che avrebbe potuto essere corretto facilmente, sostituendola con un pezzo più sperimentale dominato da DJ Lethal, in modo da coprire due difetti in uno. O si sarebbe potuto sostituirla con Back Porch, una buona traccia scartata, caratterizzata da un tappeto sonoro in tensione ribollente e psicotica (ricordante per questo alcune soluzioni di Three Dollar Bill, Yall$), presente però nella versione Deluxe dell’album, versione che per il resto è invece assolutamente trascurabile (le altre tracce scartate, ovvero My Own Cobain, Angels e Middle Finger, suonano come b-side di Results May Vary). L’altro pezzo evitabile sarebbe potuto essere Autotunage, ma il disco nel complesso ne avrebbe forse sofferto in varietà stilistica.
Le migliori performance di Borland sono probabilmente individuabili in Get a Life, Shotgun (entrambe decorate con degli insoliti assoli), Douche Bag, Walking Away e Killer in You, mentre la sezione ritmica di Rivers e Otto porta ad un groove irresistibile pezzi come 90.2.10 e Shark Attack.

Alla fine dei conti, questo comeback dei Limp Bizkit è abbastanza riuscito da disinnescare la montagna di pregiudizi aprioristici che sembravano dover essere confermati: la band aveva ancora qualcosa da dire, al contrario di tante altre, e l’ha detto. Si sposta così il centro dell’attenzione verso altre questioni: questa è musica che non appartiene al 2011? Al contrario di quanto fosse nel 2001, ora questa musica risulta impossibile da valutare per la mancanza di agganci col panorama trendy attuale, ed è quindi del tutto anti-modaiola in proporzione inversa al 2001? Il coraggio di tornare ad una formula apparentemente sorpassata di un decennio, con però la capacità di ritrovarvi freschezza che altri (vedi Korn III: Remember Who You Are dei Korn) non hanno avuto, rappresenta una bella bastonata ai trend giovanili dell’ultimo decennio, che sembrano essersi depurati magicamente della voglia di mixare generi diversi e sperimentare, ma allo stesso tempo anche della teen angst più autentica, precipitando nell’apatia ripetitiva e chiusa in se stessa di generi ottusi come il deathcore?

6/10

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Limp Bizkit – The Unquestionable Truth (Part 1)

Posted by StepTb su ottobre 4, 2005

(Geffen, 2005)
EP

Dopo aver fatto il loro album più stupido e il loro album più banale e commerciale, ed essere finiti sulla lista nera della critica musicale, i Limp Bizkit non sanno più che pesci pigliare. Fred Durst allora fa lunica cosa possibile: prega Wes Borland di tornare nella band.
Borland accetta, a patto che la Geffen (nuova label del gruppo) supporti anche il suo progetto parallelo Black Light Burns.
Esce così nel 2005 The Unquestionable Truth (Part 1), un mini-album (o EP) di appena 7 tracce, che ripudia tutto ciò che erano diventati i Limp Bizkit: i testi hanno toni seri, la melodia è assente in favore di un grezzo rap-core, e la promozione per il lavoro è quasi inesistente (se si esclude il tam-tam telematico e un video scaricabile dal sito ufficiale in cui la band esegue The Truth).
Lapporto di Borland è evidente fin dalle prime note: un sollievo sentire nuovamente i suoi riff graffianti e potenti.
Ma il rap-core della band non è affatto simile a quello di Three Dollar Bill Yall$, semmai è una versione non-commerciale e senza compromessi di quello di Significant Other. Il grosso difetto è innanzitutto il sound grezzo e poco curato (produzione minima, arrangiamenti inesistenti), ma anche le poche idee (che vengono tutte da Borland), e specialmente il fatto che Fred Durst non faccia altro che plagiare lo stile di Zack de la Rocha.
The Unquestionable Truth (Part 1) suona come i Limp Bizkit che imitano i Rage Against The Machine.
Tutta roba già sentita insomma, ma almeno è lodevole la volontà di fondo del gruppo (ripudiare il music system) che ha mosso questa iniziativa.
I pezzi migliori sono il furibondo rap-metal di The Propaganda, la devastante (ma forse eccessivamente lunga) The Truth, il breve rap elettronico di The Key. Abbastanza potenti (ma più banali) anche
The Priest e The Channel, mentre The Surrender è un piccolo dramma acustico avvolto nei feedback, cantato e suonato interamente da Durst.

LEP, complice la quasi inesistente promozione (ma anche il declino del trend nu-metal), vende assai poco (molto meno di un milione di copie).
Durante le registrazioni il drummer Otto abbandona per disintossicarsi, venendo sostituito da Sammy Siegler dei Rival Schools.
Quando Otto torna nella band, Wes Borland abbandona nuovamente il gruppo (per nuove tensioni con Durst, Otto e la label stessa).

Nemmeno un anno più tardi la label impone alla band l’uscita dell’inutile “best of” Greatest Hitz, raccolta di quasi tutti i singoli e qualcosa in più (l’ottima Build A Bridge, ma anche la penosa Bittersweet Home, una cover medley di Home Sweet Home dei Motley Crue e Bittersweet Symphony dei The Verve).
Fred ha promesso l’uscita di un nuovo lavoro, ovvero la “seconda parte” di questo, stavolta come un vero album e non solo un EP, anche se Borland ha dichiarato che non uscirà nulla e che la band probabilmente è sull’orlo dello scioglimento.

5.5/10

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