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Linkin Park – A Thousand Suns

Posted by StepTb su settembre 21, 2010

Warner, 2010
Album

Il ritorno dei Linkin Park con un nuovo album sembrava preannunciare una coraggiosa e matura svolta stilistica, e in effetti A Thousand Suns (Warner, 2010) cambia rotta rispetto ai precedenti dischi, ma se questa è la maturità raggiunta dalla band sarebbe stata meglio un’eterna adolescenza. L’album fa sparire quasi del tutto le chitarre elettriche, riducendole a scarne comparsate negli arrangiamenti, e rende il sound della sezione ritmica completamente sintetico. Si tratta essenzialmente di un album electro-pop, che trasporta la (poco ispirata) vena electro-hip-hop di Reanimation verso lidi più synth-pop e più melodici.
Con la scusa del concept-album (ma i testi incentrati su guerra e possibili conflitti nucleari sfoderano più che altro una serie di cliché), la band raggiunge un totale di 15 tracce di cui però ben 6 sono filler che nel loro totale di ben 8 minuti non aggiungono musicalmente nulla di minimamente interessante, reggendosi solo sulla giustificazione di un’integrazione lirico-tematica con la traccia precedente/successiva.
Troppo pochi i momenti ascoltabili: il ritmo disco-pop dell’orecchiabile Burning in the Skies può costituire un singolo decente, mentre l’electro-hip-hop di Wretches and Kings (che cita i Public Enemy) rimanda invece ai Fort Minor tanto quanto il momento migliore dell’album, When They Come for Me, hip-hop ben arrangiato da un tappeto percussivo distorto digitalmente, con andirivieni di tastiere e melodie mediorientaleggianti.
L’esperimento più onirico e bizzarro arriva con Robot Boy, un’occasione tuttavia sprecata dato che le stratificazioni vocali su tappeto di synth alienati scivola presto nella noia e viene accompagnato da un drumming patetico, così come altra occasione sprecata è l’ultra-svenevole ballad di chitarra, piano e voce The Messenger, mentre veri e propri crolli nei territori del kitsch sono Waiting for the End e Iridescent (che ancora una volta imita gli U2, ripetendo l’operazione già compiuta con Shadow of the Day), seguite non molto lontano da Blackout e The Catalyst (le cui voci e parti d’arrangiamento più aggressive non salvano dal baratro).

4/10

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Linkin Park – Minutes to Midnight

Posted by StepTb su maggio 28, 2007

Warner Bros./Machine Shop, 2007
Album

I Linkin Park tornano con un full-length di inediti appena nel 2007.
La sorpresa è il netto cambiamento stilistico. La band ha accantonato gran parte degli stilemi usati (e abusati) nei precedenti lavori: praticamente assenti il turntablism e l’elettronica, meno sampling, minimizzato al massimo il rap di Shinoda, e formula dei pezzi che quasi sempre lascia da parte il riff distorto di chitarra in favore di una ballad o di una power-ballad.

Il disco si apre con Given Up, che spicca nettamente sopra a tutte le altre tracce, regalando un convincente e potente pezzo rock, difettoso solamente nelle liriche un po’ patetiche.
Peccato che poi si prosegua molto male: Leave Out All the Rest, godibile nelle tenui strofe, più prosegue e meno ha da invidiare alle boy-band più commerciali in circolazione; Bleed It Out, in cui per la prima volta nel disco si incontra la voce di Mike, è un rap-rock sincopato e insulso; Shadow of the Day è forse la più curata tra le ballad del disco, ma dopo il primo ascolto rischia già facilmente di annoiare (senza contare il suo evidente essere plagiata da With or Without You degli U2); What I’ve Done, il singolo di lancio, è una power-ballad semplice ma abbastanza d’impatto, peccato per lo scontato messaggio moralista del testo; con Hands Held High capiamo che punto abbia raggiunto la “cristianità” del nuovo sound della band: Shinoda rappa un testo buonista con lo stesso stile dei P.O.D., e un chorus ripete in un coro la parola “amen”; No More Sorrow per fortuna riporta il disco su binari più aggressivi e d’impatto (per lo meno a livello sonoro, a livello di liriche non cambia molto); Valentine’s Day è un’altra ballad, stavolta però più emotiva e supportata da una sezione ritmica convincente; In Between, altra ballad, vede per la prima volta Shinoda cimentarsi nel canto melodico, e tale novità la rende più fresca di molte altre; In Pieces è una noiosissima ed insulsa ballad che da elettro-pop diventa pop-rock; e la conclusiva The Little Things Give You Away, lunga 6 minuti e mezzo (eccezionale, per i canoni della band), è una power ballad (l’ennesima) non propriamente scadente ma molto anonima.

In sintesi, le uniche tracce degne di ascolto del disco sono le buone Given Up e No More Sorrow. E tra le ballad si salvano solo Valentine’s Day, Shadow of the Day (se si passa sopra al plagio), e In Between.
Davvero un peccato la qualità mediocre di quasi tutti i pezzi, anche perché il canto di Bennington sembra essere ulteriormente migliorato.
Per quanto riguarda il cambiamento stilistico, è apprezzabile ma non troppo. In fondo i Linkin Park non si sono presi nessun rischio: hanno abbandonato il nu-metal più che altro perché come trend è ormai finito, e si sono prodigati in ballad melodiche che ricordano molto l’emo che ora impera nelle classifiche. Finito un trend, si sono avvicinati a quello successivo.
L’unico “rischio” che si sono presi è l’aver portato all’estremo il buonismo delle liriche e l’aver cancellato quasi tutta la “rabbia” dal sound, deludendo molti vecchi fan. Ma la “maturazione” li ha resi ancora più pop e radio-friendly.

Nel giro dei primi due anni, l’album vende “solo” 6 milioni di copie, ancora una volta l’ulteriore metà rispetto al full-length precedente, confermando la progressiva perdita di interesse da parte del grande pubblico.

4.5/10

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