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Marilyn Manson – The High End of Low

Posted by StepTb su maggio 26, 2009

Interscope, 2009
Album

Il “reverendo” torna con il nuovo full-length The High End of Low (Interscope, 2009), costato quasi un intero anno tra registrazioni e post-produzione.
Tale nuovo lavoro suona inaspettatamente superiore alle ultime due pessime release, e il motivo è presto scovato: in line-up è tornato il defezionario Twiggy Ramirez, coadiuvato a tastiere e produzione dall’ottimo Chris Vrenna (ex drummer per i Nine Inch Nails e guest per infiniti altri progetti), e sostenuto anche da una ritrovata verve canora da parte del frontman.
In particolare, Twiggy Ramirez porta nel sound dell’album una nuova anima alternative-rock direttamente influenzata dai suoi side-project e da act industrial-rock contaminati e melodici come i Black Light Burns.

Dalla sofferta opener Devour all’oscura lullaby di 15, si assiste ad una serie di buone variazioni stilistiche e relativamente soddisfacenti hook melodici, con picchi forse nella trascinante Pretty as a Swastika, nella drammatica power-ballad Running to the Edge of the World, nella straziata e distorta Wight Spider, nel bizzarro e lievemente deadkennedysiano singolo di lancio We’re from America (che comunque, sarà per Vrenna o no, somiglia fin troppo a Mesopotamia dei Black Light Burns), nei 9 minuti della tesa I Want to Kill You Like They Do in the Movies, nella ballata Into the Fire.
La qualità complessiva viene però intaccata da una lunghezza totale di 72 minuti, eccessiva rispetto alle idee contenute, fatto che si traduce nella presenza di mediocri filler (come l’industrial-metal di quinta mano Arma-Goddamn-Motherfuckin-Geddon, il noioso synth-pop new-wave di WOW, l’inutile I Have to Look Up Just to See Hell che auto-ricicla la già cover I Put a Spell on You dell’EP Smells Like Children, l’orecchiabile e ripetitiva Leave a Scar che prende parecchio da Never Let Me Down Again dei Depeche Mode, etc.), ma anche dal monotono sciorinare lirico, quasi completamente incentrato su rapporti tra partner ed ex-partner (l’ultima bega sentimentale per Manson è stata l’ovvia recente rottura con l’attrice Evan Rachel Wood), dunque totalmente privo di interesse o di veri spunti riflessivi e provocatori come potevano esserlo i primi album del singer; una sequenza di testi alla Eat Me, Drink Me (seppur felicemente priva di sbandate dark teenageriali come If I Was Your Vampire) o alla Coma Black risulta tediosa e pesante da digerire.

Se i due dischi precedenti erano egocentrici e autoindulgenti, nello specifico The Golden Age of Grotesque il prodotto di un giullare di corte corroso dal music-biz e Eat Me, Drink Me quello di un esaltato da una parte abbandonato dai suoi compagni e dall’altra contagiato da sentimentalismi dark svenevoli e sound retrò, The High End of Low è un calibrato ritorno sui propri passi da parte di un artista più modesto (forse perché ora consapevole della propria mediocrità se privato di buoni collaboratori), reduce da quel periodo e ancora influenzato da esso, ma prevalentemente anche disilluso, rassegnato, pessimista, in preda a nevrosi e crisi di astinenza.

L’album evidenzia soprattutto tre fatti: il primo è che Manson non può essere lasciato da solo o in compagnia di guest bizzarri per funzionare, ma dev’essere supportato da artisti affermati e d’estrazione industrial-rock (come appunto Chris Vrenna e Twiggy Ramirez); il secondo è che Twiggy Ramirez è probabilmente sempre stato il miglior membro della band, capace com’è di raddoppiare le potenzialità dell’altrui songwriting; il terzo è che ancora una volta la qualità artistica si dimostra slegata dalla commerciabilità, in quanto un lieve allontanamento da MTV e dal music-biz più pop è bastato a migliorare i risultati.

Ora in realtà c’è da sperare che questo o il prossimo siano anche gli album d’addio di Manson, in modo da recuperare parte della credibilità perduta e chiudere la carriera decorosamente, evitando un altro inevitabile crollo.

La Deluxe Edition contiene altre sette tracce tra remix e alternative version.

5/10

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Marilyn Manson – Eat Me, Drink Me

Posted by StepTb su giugno 7, 2007

(Interscope, 2007)
Album

Marilyn Manson e la sua band (ormai in realtà decimata) tornano alla ribalta con il loro sesto full-length Eat Me, Drink Me.

Il disco non ha più nemmeno limpatto (a livello di riffing) o la ferocia (a livello di drumming) dei migliori pezzi del già becero The Golden Age Of Grotesque (lalbum con cui Manson aveva gettato una degna carriera di shock-rocker realmente inquietante alle ortiche, diventando un semplice entertainer techno-rock come tanti), e gli album precedenti sono ormai fantascienza.
Su Eat Me, Drink Me Manson, dal mood delle tracce, sembra addirittura convinto di essere approdato ad un territorio di autorialità al termine di un percorso di maturazione, e invece non cè nulla di salvabile su un lavoro che insiste pesantemente nel proporre, una dopo laltra, una serie di tracce totalmente prive di ispirazione.

La forma è quasi sempre quella della ballata distorta, ma senza mai raggiungere la freschezza delle ballad distorte di, ad esempio, Mechanical Animals.
Sin dallopener If I Was Your Vampire (tra laltro uno dei pochi episodi ascoltabili del disco) le coordinate sono quelle di una forma-canzone decadente, un po cupa, un po noise (solo per via dei synth, comunque sempre minimizzati), ed ancorata ad un hard-rock anni 80 che non riesce ad accoppiarsi quasi per nulla allo stile vocale di Manson.
Locchio di riguardo al gothic-rock, al glam-rock e ad Alice Cooper cè sempre stato, nella carriera di Marilyn, ma arrivare ad annullare tutta levoluzione compiuta negli anni (e nei campi shock-rock e industrial-rock, in passato, Manson e soci hanno davvero detto qualcosa) per fare enormi passi indietro, andando a plagiare un rock vecchio di ventanni, è quanto meno unoperazione senza senso. Se poi si aggiunge che al lavoro manca una qualsiasi urgenza di dire qualcosa, vista la piattezza e vacuità dei pezzi, e che lelemento migliore di tutto il disco sono le parti di chitarra (di Tim Sköld, il quale quasi in ogni pezzo inserisce un più o meno riuscito assolo glam-rock), ci sono davvero dei validi motivi per evitare di ascoltarlo.
Il punto più basso forse si raggiunge con tracce come Heart-Shaped Glasses e Just a Car Crash Away, patetiche ballate (ma in effetti lintero disco è una patetica ballata) in cui Manson interpreta il ruolo del cantautore romantico-decadente dalla voce spezzata (il chorus di Heart-Shaped Glasses recita testualmente: “Dont break, dont break my heart, and I wont break your heart shaped glasses. Little girl, little girl you should close your eyes, that blue is getting me high” – no comment).
Qualche boccata di ossigeno ci arriva con le distorsioni di Are You the Rabbit? e il baccanale percussivo di You and Me and the Devil Makes 3, ma sono solo idee discrete che fanno da base ad un Manson noioso e sottotono, lontano anni luce dai fasti del passato. Anzi, quando (raramente) chitarra e batteria entrano in territori più consapevoli e aggressivi, lo fanno in modo impacciato, quasi a non voler traumatizzare Marilyn (che ci canta sopra come se stesse seguendo una terapia di riabilitazione). Il risultato è estenuante, perché gli stessi musicisti sembrano annoiati da quello che stanno facendo.

Ma cosè successo allex “Antichrist Superstar”? Centra in qualche modo la sua ultima relazione con lattrice Evan Rachel Wood (tra laltro lei 19 anni e lui 38)? Plausibile. Ma è molto più probabile che il “Reverendo” si sia definitivamente perso, imboccando il tipico sentiero egocentrico e auto-indulgente degli ex artisti “maledetti” a cui gli abusi del passato presentano il conto da pagare. Il paragone con Axl Rose è facile.
E non cè da sorprendersi che Manson abbia registrato lalbum con il solo apporto di Tim Sköld, che regge la baracca quasi interamente da solo (chitarre, basso e tastiere) ma non riesce a tirare fuori nulla di buono a livello compositivo (oltre ad assecondare tutti i deliri del vocalist).
Il buon Twiggy Ramirez, nellormai lontano 2002, ci aveva già visto giusto.

4/10

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