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Ministry – The Last Sucker

Posted by StepTb su ottobre 28, 2007

13th Planet Records, 2007
Album

The Last Sucker (13th Planet Records, 2007) è il terzo e ultimo capitolo della cosiddetta trilogia “Ministry VS. George W. Bush” iniziata con Houses of the Molé e proseguita con Rio Grande Blood; non solo, The Last Sucker entra già da subito nella storia per essere l’ultimo disco di materiale inedito a nome Ministry (“I have other things to do“, parole dello stesso Jourgensen) e, purtroppo, anche l’ultimo disco registrato da Paul Raven (già storico bassista di Killing Joke e Prong, scomparso pochi giorni dopo la release di The Last Sucker).
Il disco è sensibilmente superiore al precedente Rio Grande Blood, che suonava insabbiato in una ripetitività eccessiva, e raggiunge quasi il livello del devastante Houses of the Molé, con una serie di pezzi “pugno nello stomaco”, sporchi e tesissimi, dalla temperatura politica estremamente elevata (sin dalla cover stessa dell’album).

L’opener Let’s Go è un classico assalto speed-metal tipico della maggior parte dei lavori dei Ministry (sullo stile soprattutto di No W, l’opener di Houses of the Molé), dopodiché il lavoro prosegue con la medesima ferocia sulla più cadenzata, e soprattutto industriale, Watch Yourself (che sembra uscita dritta da The Mind Is a Terrible Thing to Taste) e sui rimbombi di Life Is Good (con un assolo chitarristico eccellente verso i due terzi).
L’album si arena, purtroppo, con le successive The Dick Song e title-track, che ripetono gli stessi stilemi delle tre tracce d’apertura, senza variarli di una virgola e anzi perdendo molta freschezza dal punto di vista chitarristico.
Ci pensa il micidiale dittico di No Glory e Death & Destruction (entrambe con grancassa a mitraglia e riffing speed-thrash efferato) a dare una forte scossa all’ascoltatore, che successivamente viene stupito con un’assurda cover di Roadhouse Blues dei The Doors, trasformata in un devastante pezzo speed-thrash dalle influenze blues-southern (ma Jourgensen non è nuovo a questo genere di sorprese, basti ripensare a Lay Lady Lay, la cover di Bob Dylan registrata nel 1996 per l’album Filth Pig) e cantata da Casey Chaos degli Amen.
Chiudono il lavoro i tre brani scritti in collaborazione con Burton C. Bell (vocalist dei Fear Factory) e cantati proprio da quest’ultimo: Die in a Crash, forse il capolavoro dell’album, oltre che probabilmente il pezzo con l’assolo di chitarra più esaltante, la cadenzata End of Days (pt. 1), e l’esteso incubo conclusivo di End of Days (pt. 2), uno dei classici voli psichedelico-metallici lunghi 10 minuti di Jourgensen (basti pensare alla Leper di Animositisomina, o alla Worm di Houses of the Molé).

L’ultimo album di inediti dei Ministry è pregno di tutti i pregi (ferocia, rabbia ben incanalata, maturità espressiva, speed-thrash dalle tinte industriali) e tutti i difetti (dilatazioni eccessive, ripetitività stilistiche, eccessiva ridondanza dei soggetti degli attacchi lirici) delle ultime release a nome Ministry (che, negli ultimi dieci anni, hanno in realtà pubblicato un solo disco davvero rilevante, ovvero Animositisomina), ma è sicuramente un capitolo più riuscito rispetto al suo predecessore Rio Grande Blood, e suona come un addio cruento e senza compromessi, dedicato con passione a tutti i fan “hardcore” della band.

6.5/10

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Ministry – Rio Grande Blood

Posted by StepTb su dicembre 27, 2006

(13th Planet Records, 2006)
Album

Rio Grande Blood (13th Planet Records, 2006), con titolo a parodiare Rio Grande Mud degli ZZ Top, è il decimo album in studio dei Ministry.
Proseguendo la strada del precedente Houses of the Molé e con una line-up nuovamente rinnovata (stavolta con Paul Raven al basso e Tommy Victor alla chitarra), Jourgensen scrive un album piatto e che non dice nulla di nuovo.
Estremamente politico, dato che il tema principale di ogni pezzo è l’amministrazione di George W. Bush, il disco coinvolge davvero solamente nell’apertura della furibonda title-track (che campiona i discorsi di Bush facendogli dire “I have adopted sophisticated terrorist tactics and I’m a dangerous, dangerous man“) e della successiva Señor Peligro, due pezzi speed-metal che colpiscono realmente nello stomaco.
Per il resto, Rio Grande Blood è la solita parata di pezzi thrash brutali contaminati da un massiccio sampling, e vitalizzati unicamente da alcune ideuzze, come il chorus decadente in LiesLiesLies (con liriche a sostegno della teoria complottista sugli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001), il monologo di Jello Biafra in Ass Clown, o le melodie orientaleggianti in Khyber Pass.
Ma l’altissima, monotematica e militante temperatura politica del lavoro, unita alla continua ripetitività delle poche idee, forma un mix letale che, dopo il primo approccio, tedia già l’ascoltatore.

6/10

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