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Nine Inch Nails – The Slip

Posted by StepTb su maggio 7, 2008

(The Null Corporation, 2008)
Album

Non ci sarebbe molto bisogno di re-introdurre la carriera dei Nine Inch Nails, visti gli appena due mesi trascorsi dalla loro ultima release, tuttavia ecco una premessa per i soliti distratti: Trent Reznor ha da poco estinto il suo contratto con la Universal, e deciso di proseguire la carriera “saltando” il passaggio tra artista e casa discografica, auto-producendosi e auto-stringendo i contratti con i distributori. Nel frattempo non solo ha scelto il web per pubblicare gli ultimi dischi, ma ha deciso di farlo anche in maniera almeno parzialmente gratuita per i fruitori (il precedente Ghosts I-IV era scaricabile gratis per un quarto, questo The Slip lo è addirittura interamente), tutelando le opere con le licenze Creative Commons.

The Slip sarà distribuito in forma “fisica” nei negozi verso Luglio 2008, ma nel frattempo, già dal 5 Maggio 2008, è stato reso downloadabile in vari formati (MP3, ma anche FLAC e Apple Lossless per i veri esteti del suono) dal sito stesso della band.

Lintro è abbastanza convincente: la breve parentesi dark-ambient 999,999 traccia un perfetto ponte con il precedente Ghosts I-IV, mentre la successiva 1,000,000 scorre furibonda sopra ad una commistione tra riffing groove e beat martellante, e se non fosse per il suo palese ispirarsi a Survivalism (traccia di Year Zero che ha un chorus quasi identico) sarebbe uno degli episodi migliori di The Slip.
Si prosegue in maniera buona ma non troppo, tra la caotica Letting You (festival delle distorsioni digitali, in una sorta di industrial-noise) e la catchy Discipline (che scopiazza il battito e il riff di fondo da The Hand that Feeds, traccia di With Teeth, ma si risolleva con un buon arrangiamento al pianoforte), mentre un ulteriore calo è rappresentato dalla successiva Echoplex (pezzo electro leggermente dissonante, dallincedere sottilmente inquieto come in molti dei pezzi di Ghosts I-IV, ma modellato su un beat anche troppo ossessivo), ed un lieve miglioramento si ha con Head Down (una buona commistione tra le atmosfere di Pretty Hate Machine, le distorsioni di Year Zero, e gli arrangiamenti tastieristici di Ghosts I-IV).
Più che soddisfacente, e piazzato al momento giusto, il soffuso e decadente intermezzo a pianoforte e voce di Lights in the Sky (anche se lontano dai picchi emotivi presenti nei pezzi di, ad esempio, Still), mentre non è troppo coinvolgente la lunga (7 minuti e mezzo) e non troppo raffinata parentesi ambient Corona Radiata.
Prevedibilmente si ha un picco qualitativo in chiusura, un po meno prevedibilmente trattasi però anche dellunico vero picco del disco: The Four of Us are Dying, tra battiti electro soffusi, distorsioni chitarristiche e tastiere dark-ambient, rimanda ai pezzi più oscuri di Ghosts I-IV (pur non arrivando alla bellezza dei migliori pezzi di Ghost IV); ancora meglio la conclusiva Demon Seed, molto probabilmente il capolavoro del disco, che fonde tutta la serie di influenze sonore presenti in Ghosts I-IV in un pezzo (cantato) riconducibile ad unestetica electro-rock decadente, inquietante e contemporaneamente energica, finalmente con variazioni ritmico-armoniche decise e necessarie.

In generale, quelli di The Slip sono pezzi costruiti sulla base di poche idee (spesso solo un beat, unarmonia distorta e una o due melodie), che riescono a non suonare scarni grazie ad un ottimo lavoro darrangiamenti, ma che, a causa dellauto-riciclaggio (palese specialmente in 1,000,000 e Discipline) o delleccessiva staticità, risultano a conti fatti poco creativi o per lo meno poco incisivi. Si elevano al di sopra della massa mediocre solamente Demon Seed (su tutte), The Four of Us are Dying, Lights in the Sky, Letting You, e forse (volendo passare sopra allauto-plagio) 1,000,000. Per il resto cè ben poco di memorabile, al di là dellimpeccabile lavoro a livello di performance tra gli ottimi Atticus Ross, Alan Moulder, Alessandro Cortini, la “new entry” Robin Finck, e il sempre eccellente drummer Josh Freese.

Reznor ha sicuramente ritrovato una buona dose della sua creatività in questa nuova fase di carriera (iniziata con Year Zero), ma ora rischia di disperdere le sue idee seguendo il cattivo esempio di musicisti come Justin K. Broadrick, ovvero pubblicando qualsiasi cosa riesca a registrare; la cosa può funzionare in casi particolari (Ghosts I-IV è stato un perfetto esempio in questo senso: lanima improvvisata e minimale delle tracce era perfetta per una release-raccoglitore), ma per album dal concept più tradizionale cè decisamente bisogno di più idee e di più tempo per selezionarle ed affinarle al meglio.


6/10

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Nine Inch Nails – Ghosts I-IV

Posted by StepTb su marzo 30, 2008

(The Null Corporation, 2008)
Album

Il nuovo disco di inediti dei Nine Inch Nails, nei progetti originari, avrebbe dovuto limitarsi ad essere un EP di cinque tracce; durante le registrazioni il concept è stato però ampliato ad un album contenente in sé quattro EP di nove tracce ciascuno.
Il titolo del lavoro ultimato è Ghosts I-IV (i numeri romani indicano appunto la presenza delle quattro suddivisioni), e consiste in un totale di 36 tracce interamente strumentali, della durata media di due o tre minuti a testa.

Lintroduzione è puramente ambient, con 01 Ghosts I e 02 Ghosts I guidate da soffuse melodie al pianoforte, mentre con 03 Ghosts I iniziano anche le composizioni elettronico-industriali (nelle quali i frequenti campionamenti degli strumenti a corda ricordano molto il periodo di The Fragile), portate avanti da 04 Ghosts I (chitarre groovy, drumming epilettico, fuzz che arrivano a violentare la melodia in stile Year Zero, assoli torturati); con 05 Ghosts I si torna allambient, stavolta più cupo e teso (guidato da basso e pianoforte, ma immerso in inquietanti rumori di background); 06 Ghosts I è un classico pezzo da score cinematografica, con un tema spettrale che suona senza sosta, e una serie di droni di fondo che si alternano come contrappunto; 07 Ghosts I e 08 Ghosts I riportano i beat industriali tipici di Year Zero, ma qui più raffinati nel sound, ed incentrati sulla melodia delle distorsioni più che sulla loro funzione stupratrice (e questa evoluzione verso un equilibrio elegante tra rumore e melodia, tra industrial e ambient, è il pilastro su cui si regge lintero album); 09 Ghosts I riporta il minimalismo, sia nel tenue pianoforte sia nel filtrato beat di sottofondo, mentre droni metallici e stringhe raggiungono il climax prima dellimplosione finale, in cui torna il pianoforte iniziale.

Il secondo gruppo di tracce, complessivamente più prevedibile e meno variegato, irrompe improvvisamente con 10 Ghosts II, tra clangori metallici, fraseggi al pianoforte e distorsioni industriali; si prosegue con la molto ricercata 11 Ghosts II, che campiona con attenzione maniacale battiti cupi e una sezione darchi, mentre il solito drone spettrale serpeggia nel background; 12 Ghosts II tramuta uneccellente melodia al pianoforte in un pezzo di industrial-rock filtratissimo e “bombastico”; 13 Ghosts II torna sullambient, con un soffuso pianoforte sopra ad un battito electro minimale, avvolto da droni e scandito da ansimi umani appena percettibili; 14 Ghosts II è elettronica distorta guidata da campionamenti chitarristici mediorientali; 15 Ghosts II è un pezzo avant-garde minimale che farebbe invidia a Foetus; 16 Ghosts II è uno dei più raffinati nelle distorsioni, modulate in maniera inquietante, ed è guidato da un frenetico beat electro; 17 Ghosts II riporta lambient-noise avanguardista, mentre 18 Ghosts II, nuovamente su battito electro minimale, con un tema ossessivo e sample vocali affogati nel soundscape, rievoca alcuni esperimenti del passato di Brian Eno (specie le collaborazioni con David Byrne), il cui fantasma è comunque presente massicciamente lungo tutto il corso dellalbum.

Il terzo gruppo è più interessante, ai livelli del primo: 19 Ghosts III è una sorta di versione minimale del noise industriale alla Einstürzende Neubauten; 20 Ghosts III alterna partenza alienante, crescendo noise-rock, e breve ma ottima coda al pianoforte; 22 Ghosts III è un ottimo pezzo in cui si fondono pianoforte minimale, sample chitarristici accennati e grotteschi, dulcimer (suonato da Alessandro Cortini), drumming epilettico (di Brian Viglione) e fondali opprimenti; 23 Ghosts III è una sarabanda di distorsioni e fuzz soffocati; 24 Ghosts III è elettronica cupa, ballabile, distorta e dal sapore metropolitano; 25 Ghosts III è incentrata sui rumori di fondo, spezzati da pochi minimali sample.

Ed infine il quarto gruppo raggiunge sicuramente i picchi qualitativi dellintera opera, tra le eccezionali 28 Ghosts IV (soffusissimo ambient molto melodico, tra sample chitarristici e battiti appena udibili), 29 Ghosts IV (sezione ritmica funky, sample dissonanti, arrangiamenti in continuo crescendo e decrescendo), 30 Ghosts IV (melodia orientale alla marimba, suonata da Adrian Belew, contrappuntata da droni dissonanti), 31 Ghosts IV (unorgia di distorsioni chitarristiche e tastieristiche, con drumming trascinante), 34 Ghosts IV (durante la quale si susseguono continui cambi di strumenti, suoni e tema portante, in un crescendo di tensione inquietante ed altamente emotiva), 35 Ghosts IV (battito electro ghignante, continui picchi distorti e andirivieni ondeggianti degli arrangiamenti) e 36 Ghosts IV (chiusura in bellezza con unaltra tenue e malinconica melodia al pianoforte).

Anche stavolta Trent dimostra di sapersi rinnovare, facendo suonare ogni album di gran lunga differente rispetto alle precedenti uscite (stavolta evita abilmente il pericolo di assomigliare nel sound a Still, preferendo composizioni molto più spettrali e cupe).
Ghosts I-IV è un concept strumentale: tutti i pezzi sono stati composti e registrati in un periodo di appena 10 settimane, prendendo ogni abbozzo istintivo ed affinandolo in una traccia autoconclusiva; la sua natura concettuale, unita alla natura spettrale (il minimalismo, le tracce brevi e senza titoli), ne fa unopera godibile tanto singolarmente quanto perché potrebbe rappresentare lofficina lavorativa di un nuovo The Fragile (disco del quale porta ad un nuovo livello la contaminazione tra strumenti analogici e digitali, così come quella tra strumenti occidentali ed orientali), sempre che Trent prosegua nel cammino creativo e privo di compromessi di questi ultimi anni.
Ghosts I-IV è un disco il cui ascolto non può assolutamente mancare a tutti gli amanti della musica ambient e industrial-ambient, generi dei quali rappresenta sicuramente uno dei picchi del suo periodo.

Il disco rappresenta anche e soprattutto la fine del contratto tra Reznor e la Universal: per la prima volta i Nine Inch Nails non sono prodotti e supportati da alcuna major, e sono ancora più indipendenti del periodo “Nothing Records”.
Per iniziare con la spinta giusta questo nuovo corso, Reznor ha avuto lottima e progressista idea di rilasciare il disco sul web in maniera quasi gratuita (il primo gruppo di tracce è downloadabile gratuitamente, il resto con una minima offerta a partire da 5 dollari) e sotto una licenza Creative Commons; espedienti che rendono lalbum anche una pietra miliare nel rappresentare il cambiamento totale dellindustria discografica.
La versione “fisica” del disco uscirà l8 Aprile via RED Distribution, in versione doppio CD e quadruplo LP.

7/10

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Nine Inch Nails – Year Zero

Posted by StepTb su aprile 15, 2007

(Interscope, 2007)
Album

Evidentemente conscio di ciò che è stato With Teeth, Reznor decide di scegliere la strada opposta ed evolversi in quella direzione (i tempi di attesa sono stati brevissimi -rispetto alla media delle release reznoriane- perché lalbum è nato spontaneamente e fluidamente sul laptop di Trent durante gli ultimi tour). Year Zero è difatti, in poche parole, lantitesi di With Teeth.

Trent è tornato alla sua passione, il concept album, stavolta descrivendo un futuro prossimo (precisamente gli USA tra 15 anni) soggiogato da una dittatura religiosa di tipo orwelliano, ma il soggetto è tutto un pretesto, unefficace metafora per parlare del presente (difatti i testi hanno una decisa temperatura politica e sociale, con riferimenti a problemi internazionali attualissimi).
Passando alla musica: il drumming è quasi sempre elettronico (ad eccezione di due tracce, in cui alle pelli cè nientemeno che Josh Freese), i synth la fanno da padrone in tutti i pezzi, e soprattutto non cè praticamente nessun compromesso melodico o orecchiabile con lascoltatore. La prova di maturità che Trent dimostra con Year Zero è difatti proprio il rifiuto della "canzone" (concetto su cui invece si basava il precedente disco), e soprattutto della "canzone rock". Year Zero è un album di elettronica. Non industrial, non rock, elettronica.
Probabilmente ormai Reznor non toccherà più i vertici di alienazione e analisi introspettiva dei suoi dischi dei 1990s, ma dimostra di avere ancora qualcosa da dire; anzi, dimostra di essere ormai lunico grande nome a riuscire ad evolvere ed aggiornare la musica (e soprattutto limmaginario musicale) cyberpunk.

Le tracce di Year Zero fluiscono alla perfezione luna nellaltra in una sequenza naturalissima (non come accadeva invece in With Teeth), ma non stimolano quasi mai lascoltatore con semplici topoi a cui è abituato, semmai lo introducono in un paesaggio per poi cullarlo, straziarlo e ipnotizzarlo, rinunciando a facili esplosioni (tranne in rare eccezioni) o facili chorus melodici; Year Zero non rassicura chi ascolta e non dà quello che molti si aspettano, dà quasi sempre qualcosaltro.
Lelemento davvero incredibile del disco è lestrema cura delle parti ritmiche, dei synth e del suono in generale; assolutamente progressista, Reznor (coadiuvato da Atticus Ross e Alan Moulder) fa uso delle ultime tecnologie disponibili nel creare una libreria di suoni allavanguardia, per poi masticarli e utilizzarli in maniere che, cè da dirlo, non appartengono alla forma mentis di nessun altro musicista sulla piazza. Reznor ancora una volta suona unico e personale, e ancora una volta si dimostra un abile giocoliere/invertitore dei "segni" (riutilizzare un elemento e/o un contesto per esprimere altro, si sentano come esempio i continui droni -un sottofondo metallico che riflette inquietante la totale dipendenza tecnologica della vita di ogni giorno- o le parti in cui sembra che le macchine impazziscano, in delle sorte di violenti assoli).
Lobiettivo principale di Reznor è molto probabilmente riuscire ad aggiornare il sound dei suoi primi lavori al suo stato danimo attuale (ed ai tempi attuali).

Lungo il corso del lavoro si elevano al di sopra delle altre tracce The Good Soldier (sommessa e strisciante), Me, Im Not (un inquietante cortocircuito mentale), nonché The Warning (con le chitarre distorte in modi allucinanti), mentre il cuore "orecchiabile" e melodico è rappresentato da Capital G (amara frecciata alla politica americana) e My Violent Heart; si prosegue poi con un netto sguardo a Pretty Hate Machine, rappresentato dal "ballabile" di God Given (Trent vuole riconquistare i dancefloor alternativi?), neutralizzato immediatamente dalla minacciosa Meet Your Master; altro vertice è The Great Destroyer, lacerata tra parti sintetiche assolutamente folli (la coda è strabiliante); ma nel completo "caos organizzato" cè anche spazio per unintrospezione tramite suoni più delicati (sul modello dei pezzi introspettivi di The Fragile), rappresentata da The Greater Good, Zero-Sum e Another Version of the Truth (tutti e tre dei piccoli gioielli).

Year Zero non è un capolavoro, non ambisce nemmeno ad esserlo, e molto probabilmente verrà disprezzato da chiunque abbia apprezzato With Teeth; ma nel suo pulsare elettronico, a tratti seducente a tratti disturbante, mai estremo ma sempre amaro e rumoristico, è racchiusa la vera anima del Trent Reznor attuale. E la natura profondamente sintetica del lavoro era lunica che potesse davvero supportare una simile riflessione sul concetto di forma (a livello prettamente musicale) e sullodiernità (a livello lirico).

Voto: 7/10

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Nine Inch Nails – With Teeth

Posted by StepTb su agosto 16, 2005

(Interscope/Nothing, 2005)
Album

Dopo la pubblicazione di The Fragile, i Nine Inch Nails attraversano il globo con limponente Fragility Tour, poi Trent pubblica And All That Could Have Been, in tre versioni (CD, Deluxe + minialbum, e doppio DVD) dai contenuti decisamente appetibili (materiale live, inediti, video, versioni acustiche). Dopo una causa legale (aveva scoperto che il suo manager nonché amico John Malm laveva truffato di milioni di dollari, causando la chiusura degli Nothing Studios), pubblica poi anche il consueto album di remix, stavolta dal titolo Things Falling Apart, e nel 2001 collabora alla colonna sonora del film Tomb Raider con linedito Deep (per cui viene anche girato un video).
Poi, il silenzio. Interrotto solamente nel 2004, anno in cui esce la ristampa in versione Deluxe di The Downward Spiral, in occasione del suo decennale, ed in cui il sito ufficiale della band si presenta con una veste grafica completamente rinnovata.
Preceduto dal singolo The Hand That Feeds, nel 2005 esce finalmente il nuovo album della band: With Teeth, ovvero il cosiddetto “Halo 19” (tutte le pubblicazioni ufficiali dei Nine Inch Nails, difatti, vengono anche chiamate “Halo”).
With Teeth è anche il primo album del gruppo a non essere in alcun modo un concept, ma semplicemente una raccolta di canzoni.

Il disco comincia in maniera delicata: in All the Love in the World un dolce pianoforte su di una batteria elettronica soffusa accompagna la sussurrata voce di Trent, ma piano piano la canzone si trasforma in un climax con unesplosione a metà tra elettronica e soul verso la fine. Senza dubbio un buon inizio, che però viene tradito dalle tracce immediatamente successive.
You Know What You Are? e The Collector sono sorrette dal furioso (ma ripetitivo) drumming di Dave Grohl (ex Nirvana e leader dei Foo Fighters), e Reznor non fa che spalmarci sopra una serie di distorsioni e campionamenti su cui urla le sue liriche che ormai danno pericolosamente limpressione di essere diventate un cliché, così come le note di pianoforte in chiusura che fanno tanto
The Fragile.
The Hand That Feeds è il grande tradimento; da Trent tutto ci si poteva aspettare tranne che, dopo anni di silenzio e tutti i problemi che gli aveva dato laura di rockstar, tirasse fuori dal cilindro un primo singolo così catchy, danzereccio e radio-friendly. Il testo è un invito a ribellarsi allo schiavismo della religione (“Just how deep do you believe? Will you bite the hand that feeds? Will you chew until it bleeds? Can you get up off your knees? Are you brave enough to see? Do you wanna change it?“), ma cantato con questo piglio e questa melodia appare pallido e senza forza se confrontato alle apocalittiche ribellioni metafisiche di
The Downward Spiral.
Ci pensa Love Is Not Enough a riportare della rabbia alienante nel puro stile di Reznor, in una traccia che ricorda molto da vicino le atmosfere di The Fragile, così come la successiva Every Day Is Exactly The Same, forse il capolavoro del disco, sostenuta da uno stupendo tappeto sonoro che Trent non spreca, cantando un testo molto intelligente sulla ripetitività delle azioni quotidiane che ci riducono a schiavi apatici (“I think I used to have a voice, now i never make a sound; and I just do what ive been told; I really dont want them to come around, oh no.
Every day is exactly the same, there is no love here, and there is no pain
“).
La title-track sembra uno scarto da
The Fragile, dato che ne ricicla molti stilemi, ad ogni modo probabilmente ha un testo molto significativo per Trent e tutto sommato (complice il ponte al pianoforte che la spezza a metà) è comprensibile che dia il nome allintero lavoro, sebbene non sia affatto unottima traccia.
Si arriva così al secondo singolo Only, costruito ancora una volta sul secco e deciso drumming di Grohl, mentre Trent utilizza i campionamenti al meglio per non far cadere il ritmo e lattenzione dellascoltatore. Ma è più coinvolgente il videoclip del pezzo, diretto da David Fincher ed infarcito di computer graphic. Ad ogni modo, il grido “There is no you there is only me, there is no fucking you there is only me” convince, e non se ne va dalla testa tanto facilmente.
La batteria di Grohl sostiene anche Getting Smaller, che abbandona quasi del tutto lelettronica e lindustrial in favore di un potente rock che sembra uscito dai Queens of the Stone Age più heavy. Reznor che suona come i QOTSA. Impensabile, fino a ieri. Questo rende la traccia uno dei pezzi più freschi e originali del lavoro.
Molto debole lepisodio successivo (Sunspots), più incisiva invece The Line Begins To Blur (titolo che riprende un verso della title-track), ma si ha ancora la sensazione di ascoltare materiale provenienti dalle sessioni di The Fragile, e quindi niente di nuovo.
Sensazione che accompagna anche la seguente Beside You In Time (anomalo pezzo lento e riflessivo, giocato molto su accordi fissi e dissonanze che avvolgono tutta la traccia), che però risulta molto più emotiva e convincente.
Lalbum si chiude con Right Where It Belongs, una dolce ballad di voce, basso e pianoforte disturbata e accompagnata da ruvidi synth; lintenzione era forse quella di scrivere una nuova Hurt, ovvero un pezzo simile ma che descrivesse il Trent attuale e non più quello passato. Right Where It Belongs è difatti un finale decisamente pacifico e smorzato per gli standard a cui ci aveva abituato Reznor, segno che i tempi sono cambiati e la sua rabbia se nè per gran parte andata, ma è anche una delle tracce migliori dellintero album grazie alla sua delicata e malinconica atmosfera. Mentre la musica descrive un ambiente onirico, le parole cantano un apprezzabile testo che denuncia la nostra “era della finzione” (“What if all the world you think you know is an elaborate dream? And if you look at your reflection is that you want it to be?“), e ad un certo punto si sentono per pochi secondi i campionamenti di un pubblico che applaude (immagine funzionale al testo). Chiusura decisamente buona, insomma.

Eppure la sensazione finale non è abbastanza appagante. Certo, stiamo sempre parlando di Reznor, e dunque suoni, arrangiamenti e synth sono di eccellente fattura. Ma dopo quella serie di ottimi dischi e 4 anni di silenzio non può pretendere che la critica giudichi a voti alti un prodotto come questo.
Se la sua intenzione era quella di vendere, beh ci è riuscito (album e singoli al numero uno della Billboard); se la sua intenzione era di spiazzare vecchi fan e critici che lo consideravano unistituzione in campo musicale, beh ci è riuscito; ma se la sua intenzione era quella di confezionare un album di qualità artistica davvero degna di nota, non ci è riuscito.
In questi anni di disimpegno musicale e di dischi noiosi e riciclati, stavamo aspettando tutti che Trent dicesse la sua e si confermasse il genio musicale che ha dimostrato di essere; e invece egli si è adeguato alla piattezza e al formato “canzone commerciale” (la prima metà del disco è costituita da tracce estremamente radio-friendly per i suoi canoni), strizzando locchio addirittura a sound nostalgici anni 80 (Sunspots, The Hand That Feeds) che sembrano andare tanto di moda in questo periodo (certo, lui proviene dagli anni 80, ma certi sound li aveva abbandonati da tempo).
E soprattutto: With Teeth al limite può anche suonare piacevole, ma complessivamente non contiene un quarto della profondità psicologica presente nei suoi precedenti lavori (se escludiamo le ultime due tracce).
Forse Reznor vuole solo dire che si è stancato di tutto ciò che troneggia oggigiorno nella musica (falsità, incoerenza, superficialità, inutili faide, polemiche su chi si vende e chi no), e questo prodotto è il suo modo per suggerire a tutti i critici dove possono infilarsi i loro pareri.
Ma cè il grosso pericolo che un grande artista stia rischiando di diventare imitazione di se stesso.

7/10

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