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Sevendust – Chapter VII: Hope & Sorrow

Posted by StepTb su maggio 19, 2008

7 Bros./Asylum Records, 2008
Album


Il settimo album dei Sevendust è Chapter VII: Hope & Sorrow (7 Bros./Asylum Records, 2008).
Purtroppo il lavoro non propone grosse evoluzioni dai suoi due mediocri predecessori, anzi ripete quasi esattamente la formula di Alpha; l’unico cambiamento è che le vocals si sono fatte più radio-friendly, e forse è presente anche un certo miglioramento nella produzione (meno artefatta rispetto a quella del succitato precedente disco).
La commistione tra riffing “pesante” e vocals “emotive” dà il proprio meglio nell’opener Inside, ma anche in Lifeless, Prodigal Son e Contradiction (esclusi questi quattro pezzi il disco sarebbe inascoltabile), mentre la conclusiva Walk Away si risolleva dal proprio pessimo chorus emo-pop con una discreta coda al pianoforte. Purtroppo il resto delle tracce è minato da aperture melodiche che vanno dal banale (Scapegoat, The Past) al ripetitivo (Fear è praticamente un rifacimento della precedente Scapegoat), se non al pessimo (Enough, Hope).
Hope ha un featuring di Mark Tremonti, e Sorrow ne ha uno di Miles Kennedy (entrambi provenienti dalla band Alter Bridge), ma entrambe suonano mediocri, ed il pezzo più post-grunge del disco è in realtà Prodigal Son.
La commercialissima ballad The Past è cantata assieme a Chris Daughtry.
Poco prima dell’uscita del disco, Sonny Mayo viene rimpiazzato con il vecchio chitarrista Clint Lowery.

4.5/10

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Sevendust – Alpha

Posted by StepTb su gennaio 20, 2008

(Asylum, 2007)

Il sesto album Alpha (Asylum, 2007) vede un nuovo cambio di label, si eleva leggermente in qualità rispetto al suo predecessore (forse perché finalmente anche Sonny Mayo è diventato uno dei compositori dei pezzi), ma non riesce a dire nulla in più della stessa formula di post-grunge misto a riffing nu-metal e qualche sprazzo thrash, già ampiamente collaudata nelle altre release della band. I momenti migliori del disco sono le cavalcate grunge-thrash dell’opener Deathstar e di Driven (che ha una coinvolgente apertura melodica nel chorus), gli assoli chitarristici di Feed, le spruzzate emo di Under (un po’ una versione heavy-grunge dei Taproot).
Nell’ultima parte del disco aumentano a dismisura le influenze emo: la già citata Under riesce nella commistione, mentre pezzi come Confessions of Hatred e Aggression difettano, in ogni senso, di ispirazione, e si gettano nel melodismo più becero (idem la successiva Burn, una traccia inizialmente groove-thrash intaccata poi da un chorus emo orribilmente modaiolo, e che si chiude con una lunga coda di percussioni, piano e voce spudoratamente imitante gli Ill Niño<). La conclusiva title-track, a posteriori una delle poche tracce godibili, è una cavalcata di nu-metal misto a thrash (alla Slayer) che almeno non scende a compromessi catchy.
In generale il disco è terribilmente piatto, e i chorus emo inascoltabili dell’ultima parte ne fanno precipitare il livello generale, che comunque due o tre dei pezzi iniziali avrebbero tenuto sulla sufficienza.


5/10

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Sevendust – Next

Posted by StepTb su ottobre 4, 2005

(Winedark, 2005)
Album

Quinto album dei Sevendust, Next (Winedark, 2005) viene preceduto da un CD + DVD dal titolo Southside Double-Live: Acoustic Live, ovvero un concerto live in cui il gruppo esegue i suoi migliori pezzi in versione acustica.
Nel frattempo non c’è più Clint Lowery alla chitarra, sostituito dall’ex Snot Sonny Mayo, ed è cambiata anche la label.
Next suona come la versione più arrabbiata e pesante di Seasons, ma paradossalmente i suoi capitoli migliori sono invece quelli in cui la band preme sul freno: This Life e Shadows in Red convincono sia nelle melodie che nei testi (la prima è dedicata al figlio di Lajon, appena nato). Godibili anche l’opener Hero (dal sound comunque uscito dritto dal loro disco di debutto), il catchy post-grunge di Ugly, il mood heavy e aggressivo di Pieces. Ma, arrivati ad un certo punto, è grande la difficoltà nel proseguire l’ascolto. Le idee sono ancora una volta sempre le stesse, che girano e girano ripetendosi.
Qualcuno ha ammirato la costanza del quintetto nel riproporre il proprio sound nonostante le mode, ma la realtà è quella di una band che da un esordio molto heavy è diventata gradualmente più orecchiabile, ed ora propone semplicemente una serie di melodie assai catchy miste a riff più heavy rispetto al suo ultimo standard (forse per via dell’ascesa del trend metalcore?): c’è assai poco di “contrario alle mode” in tutto ciò. E la costanza, in casi come questo, è troppo spesso un sinonimo di “mancanza di idee”.

4.5/10

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