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Taproot – Plead the Fifth

Posted by StepTb su marzo 5, 2011

Victory, 2010

Plead the Fifth (2010), prima release dei Taproot per la label Victory e prima release con alle pelli il nuovo drummer Nick Fredell, viene annunciato dal chitarrista Mike DeWolf come un ritorno allo stile di Gift e Welcome; se ciò può forse essere vero per l’approccio chitarristico più heavy rispetto a Our Long Road Home, non vale lo stesso per l’ispirazione delle melodie, la personalità, la capacità di suonare al passo con i tempi, e nemmeno la produzione (che sembra spaventata dal suonare troppo heavy, frenando ogni eccesso sonoro).

Mai come nell’opener Now Rise, i Taproot sono suonati semplicemente come una pallida e smaccata imitazione dei Deftones più heavy, dalla struttura del pezzo alle parti di chitarra all’uso della voce, ma andando avanti con le tracce si scopre che questo resta addirittura uno dei momenti migliori del lavoro.
Game Over e Fractured (Everything I Said Was True) sono power-ballad non ispirate che tentano di scuotere se stesse con qualche sprazzo sonoro nu-metal, Release Me è una versione leggermente più heavy del tipico post-grunge da classifica alla Creed,
911ost e Trophy WiFi sono un rimasticamento di pezzi del passato come So Eager e Lost in the Woods, ma senza lo stesso entusiasmo e la stessa freschezza melodica.
Gli eccessi catchy e melodrammatici delle melodie vocali fanno sembrare Left Behind e No View Is True come episodi usciti dal repertorio dei Breaking Benjamin (non è un complimento), stessa formula anche di Words Don’t Mean a Thing, che riesce tuttavia a produrre un chorus abbastanza accattivante senza essere pomposo e corrivo, a differenza delle altre due.
Nelle dilatazioni distorte della finale Stares, con sovrapposizioni di chitarre acustiche e riverberi vocali, risiede forse l’unico momento in cui i quattro tentano effettivamente di fare musica come nel passato, e non di assemblare motivetti pretestuosi pensando a quanto piacerebbero ai teenager.

Quella che nei loro dischi migliori era una fresca e interessante combinazione di nu-metal ed emo-core, ricercante una certa profondità emotiva e rifinita negli arrangiamenti in post-produzione, è ora divenuta solamente la scusa per spingersi verso le sonorità più radiofoniche e plasticose in voga nelle chart (e perfino in ritardo rispetto a molti altri): Plead the Fifth è dunque nella sostanza non un “ritorno” a Gift e Welcome, ma rappresenta invece l’appiattimento, la commercializzazione e la banalizzazione della formula sonora tipica di quegli album.
Un ulteriore passo indietro, non certo avanti, per una band un tempo capace di uscite interessanti, e che ora a quanto pare si è invece auto-declassata preferendo assimilarsi alla categoria dei vari Breaking Benjamin, Staind, Nickelback e affini. Un percorso, insomma, che replica le precedenti parabole in discesa di Chevelle e 30 Seconds to Mars.

4.5/10

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Taproot – Our Long Road Home

Posted by StepTb su settembre 20, 2008

Velvet Hammer, 2008
Album

Un breve riassunto della carriera discografica dei Taproot: tre trascurabili dischi indipendenti tra il 1998 e il 1999; un non molto brillante debutto nu-metal su major, Gift, nel 2000; il discreto Welcome, nel 2002, che mostrava già un inaspettato talento melodico; ed infine il terzo disco per major Blue-Sky Research nel 2005, uno degli album rock più sottovalutati degli anni 2000, che ha rivelato un grandioso songwriting, tanto catchy quanto ispirato e fresco, capace di escursioni stilistiche variegate (emo-core, pop, post-grunge, groove-rock, nu-metal), chorus memorabili e melodie emozionanti.

Staccatisi finalmente dalla major Atlantic, che non li ha mai trattati con il dovuto riguardo, i quattro ci hanno messo ben tre anni per pubblicare un nuovo lavoro, ovvero Our Long Road Home (Velvet Hammer, 2008).
Ascoltando la loro nuova fatica non è ben chiaro che fine abbiano fatto i Taproot di Blue-Sky Research; la band capace di confezionare perle come She, So Eager, I Will Not Fall for You, Forever Endeavor (per non citare i pezzi scritti assieme a Billy Corgan, ovvero le altrettanto ottime Lost in the Woods, Promise e Violent Seas) sembra ora solo il ricordo sbiadito di una giovinezza perduta.
Il tempo evidentemente non pare esser servito a far mantenere un simile livello qualitativo al quartetto, che su Our Long Road Home riesce a ricordarsi alla lontana ciò di cui era capace solamente in una manciata di pezzi passabili: la potente opener Path Less Taken (in realtà anche lunico episodio “heavy” del disco), As One, Take It (il momento più nu-metal), la conclusiva Footprints, forse Be the 1,
ma specialmente Hand that Holds True (che regala le melodie più riuscite e forse lunico chorus memorabile).
Il resto potrebbe passare per materiale di scarto dal disco di qualche popstar statunitense, se non fosse per le chitarre leggermente troppo heavy per gli standard pop attuali: la sezione centrale è occupata da Its Natural (intaccata da una poco riuscita comparsata di voce femminile e un testo non troppo imprevedibile a proposito della paura di invecchiare), Youre Not Home Tonight e la ballad Run To, che sono tutti esempi di pop-rock privo di nerbo e idee creative, prodotti da consegnare direttamente agli airplay radiofonici o televisivi per venire fruiti dal pubblico mainstream, perché qualsiasi altro ascoltatore li troverebbe troppo patinati o scontati per poterli apprezzare.
Tale flusso viene interrotto solo dalla più apprezzabile e succitata As One, avvolta da melodie eleganti e raffinate, mentre in chiusura arrivano Karmaway (che, mantenendo il downbeat ma cercando un umore leggermente più aggressivo, non riesce comunque a fare di meglio) e la già citata e decisamente più ispirata Footprints (che sembra ritrovare qualcosa del tocco melodico emotivo di Blue-Sky Research, senza annoiare grazie alle continue azzeccate variazioni).
Stethoscope è uno strano intermezzo strumentale guidato da tastiere ambient, battito cardiaco, e campionamenti (di voci appena percettibili e distorsioni chitarristiche).

A conti fatti metà disco è quindi trascurabile, e laltra metà rappresenta comunque un notevole calo di sensibilità, forza e creatività rispetto ai momenti migliori del precedente album: viene da pensare che i ruoli di Billy Corgan e della tanto criticabile Atlantic siano stati variabili tuttaltro che di secondo piano nella realizzazione di quel piccolo gioiello a titolo Blue-Sky Research, disco che vale la pena andare a recuperare per lasciar invece perdere questultima ben meno appetibile pubblicazione.

5.5/10

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Taproot – Blue-Sky Research

Posted by StepTb su agosto 25, 2005

(Atlantic, 2005)
Album

A metà agosto 2005 è uscito (purtroppo abbastanza in sordina) Blue-Sky Research, terzo album sotto major dei Taproot.
Attesi al varco del terzo disco, quello della maturità, non hanno affatto deluso; o, meglio, non hanno deluso la critica specializzata: i fan difatti hanno rifiutato il cambiamento stilistico della band, rendendo il disco un flop commerciale, anche a causa della poca pubblicità di cui ha goduto.
Eppure Blue-Sky Research è senza dubbio una delle migliori uscite del 2005 nel campo del rock.
In questo lavoro Stephen mostra tutti i lati della sua eccezionale voce, intrecciando melodie emozionanti mescolate sapientemente ad esplosivi screamo alla Deftones (i quali ormai è palese siano loro ispirazione principale), mentre le chitarre risaltano si spostano finalmente in primo piano, e DeWolf si impegna ad abbandonare gli stantii stilemi nu-metal in favore di unesplorazione musicale ben più alternativa; e anzi, parlare dei componenti singoli è riduttivo, in quanto le tracce del disco hanno unanima propria, e in ciascuna di esse tutti gli strumenti ne sono cardine.

Le tracce Violent Seas, Lost in the Woods e Promise sono state scritte in collaborazione con Billy Corgan (leader degli Smashing Pumpkins), e si collocano tra le più riuscite perle dellalbum, grazie a delle splendide melodie emotive e fresche, assenti da sentimentalismi patetici e supportate da chitarre travolgenti (i riff) e avvolgenti (gli arrangiamenti). Promise è, delle tre, quella che porta in maniera più marcata limpronta di Corgan: un perfetto incrocio fra ballad sentimentale alla 1960s, post-grunge e alternative-rock alla primi 1990s.
La title-track, piazzata alla fine, è in realtà una medley di due pezzi, come suggerisce il titolo (anche se il primo pezzo in realtà funge da intro strumentale al secondo), e contiene sfuriate di rabbia e ritmiche frenetiche incastonate tra, ancora una volta, memorabili melodie.
Nightmare
è la loro espressione musicale dellalienazione post-industriale.
Alla base di Birthday, che pecca solo nellavere qualche debito di troppo con i cliché del pop-rock, cè la volontà di convogliare le melodie più catchy e radiofoniche in un alternative-rock contaminato da spruzzate nu-metal ed emo-core.
She e So Eager sono altri due splendidi vertici emotivi, e particolarmente in questi episodi colpisce molto la capacità del quartetto di trovare soluzioni melodiche talmente catchy e coinvolgenti seppur immerse in violenze chitarristiche dagli intrecci tuttaltro che banali, nonchè labilità ad usare gli effetti su voce e chitarra per particolareggiare ogni suono e arrangiamento.
April Suits cattura un puro groove rock, con una potente marcia che trascina lascoltatore, esaltandolo nel momento dellurlo “Fuck!“, pronunciato in modo spettacolare, per poi scaraventarlo in unaltro chorus catchy e memorabile.
Lopener I Will Not Fall For You è un esaltante inno a pensare con la propria testa, e introduce lalbum con una commistione di riff chitarristici nu-metal e melodie derivanti dallemo-core e dal grunge.
Il primo singolo Calling è anche, inspiegabilmente, il pezzo meno interessante di tutto lalbum, a causa di una fusione anche eccessivamente piatta e prevedibile di pop, alternative-rock e post-grunge.

Lalbum, nel complesso, è non solo stilisticamente anni avanti rispetto alla maggioranza dei dischi rock contemporanei (specie se confrontato con le stucchevoli uscite dellemo e del nu-metal più modaioli), grazie alla propria vasta gamma di contaminazioni musicali, ma è anche un disco nel quale i brani si fanno notare positivamente dal primo allultimo, coinvolgendo tutti in modo stupefacente grazie ad un songwriting tanto melodico e catchy quanto ispirato (anche nei testi, ricercati ed emozionanti agli stessi livelli della musica).

Se con il precedente Welcome i Taproot avevano scritto uno degli ultimi convincenti album del filone nu-metal, con Blue-Sky Research gettano una nuova luce anche su quel lavoro, che ora appare un po come il canto del cigno di quellintero movimento musicale.
Quindi i Taproot, di fatto, uccidono simbolicamente il movimento che li ha creati, che li ha portati in classifica, e che hanno percorso fino ad oggi; con Blue-Sky Research mostrano a tutti una nuova strada da seguire. Perché, se ormai il nu-metal così come era stato definito sta morendo, bisogna raccoglierne le intuizioni e creare qualcosaltro.
Il “nuovo rock” che incarnano ora i Taproot va quindi a braccetto con altre nuove proposte musicali nate negli ultimi tempi, come quelle dei Chevelle e degli A Perfect Circle. Adesso bisogna solo sperare che levoluzione continui, e che simili nuovi sound (che hanno assimilato in sé Tool, Korn, Deftones e Incubus, e nel caso specifico dei Taproot fortemente influenzati dallultimo post-hardcore) ispirino altre band.

In particolar modo, i Taproot farebbero meglio a slegarsi dalla Atlantic (che già in passato ne ha limitato pesantemente le idee e le potenzialità), e trovare un produttore dotato che sappia togliere loro quella “patina catchy” che è lunica grande pecca di questo lavoro, sguinzagliando del tutto la loro creatività su un nuovo album, il quale potrebbe rivelarsi una piccola rivoluzione.

Purtroppo, il fatto che il disco sia stato rifiutato dal pubblico e stroncato da svariati critici, mostra la cruda realtà, ovvero che la maggior parte degli ascoltatori non era affatto favorevole ad un cambiamento simile, e di conseguenza non ha assolutamente compreso il talento stilistico e melodico della band.


7/10

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