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The Cure – 4:13 Dream

Posted by StepTb su dicembre 2, 2008

I AM/Geffen, 2008
Album

4:13 Dream (I AM/Geffen, 2008) prosegue il discorso del precedente The Cure, ma modificando il panorama sonoro: il songwriting viaggia sempre sulle medesime coordinate, però il sound lascia da parte la ruvidità e la pulizia penetrante per concentrarsi su dilatazioni oniriche, stratificazioni sognanti e tappeti d’arrangiamenti trastieristici soffici ad avvolgere tutte le tracce (la produzione non è più affidata a Ross Robinson ma è opera di Keith Uddin e Robert Smith stesso), tracciando un legame più forte soprattutto con album come Disintegration e Wish.
Su questo fondale, sempre mantenuto come “anima” delle composizioni, si muovono poi alcune variazioni: dal sogno malinconico e poetico Underneath the Stars (6 minuti e probabilmente il capolavoro dell’album) alla più spigliata Freakshow, dal gothic-rock avvolto nei riverberi Sleep When I’m Dead al pop romantico e retrò The Only One, dalle stratificazioni caotiche e aggressive di Scream al rock immerso negli effetti “acquatici” di It’s Over.
Si tratta di un album che raccoglie un po’ tutte le sfaccettature del Robert Smith degli album più pop-rock: nulla di nuovo sotto il sole, con pochi veri picchi, ma sempre rilassante e piacevole all’ascolto.
Non c’è più Roger O’Donnell alle tastiere, e Perry Bamonte è stato sostituito alla chitarra dal membro storico Porl Thompson, che aveva lasciato la band dopo Wish.

6/10

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The Cure – The Cure

Posted by StepTb su marzo 21, 2005

The Cure (I AM/Geffen, 2004) vede la fine del sodalizio con la storica etichetta Fiction, e Smith chiama l’acclamato Ross Robinson, guru del nu-metal americano, a produrre il nuovo disco, che curiosamente (o per mancanza di idee?) si intitola come la band; eppure l’album non è assolutamente rappresentativo del gruppo, anzi snocciola una serie di tracce nel migliore dei casi manieriste e nel peggiore dei casi poco ispirate. L’opener Lost è una parata di cliché, a partire dal testo (“I can’t find myself“) per finire allo scontato climax di “angoscia”; Labyrinth e Before Three cercano di stare al passo con i tempi ma non fanno che dire cose che dicono già altri (tramite anche una discutibile venatura alla Placebo).
Per fortuna la qualità dell’album viene portata in alto dai gioielli The End of the World, Taking Off e Anniversary, che si collocano tra le migliori composizioni della terza decade della carriera del gruppo.
Inoltre resta comunque apprezzabile la produzione di Robinson, in bilico tra dissonanze un po’ industriali e melodie pulitissime, e dal sound molto più aggressivo e diretto rispetto agli ultimi dischi della band di Smith.

6/10

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