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The Body – I Shall Die Here

Posted by StepTb su dicembre 30, 2014

Rvng, 2014
Album

All’interno di una discografia dalla qualità discontinua, I Shall Die Here si situa tra le migliori uscite a nome The Body: cercando un bilanciamento molto più ponderato tra aggressione noise e droni ambientali, l’album è il più maturo e riuscito del duo Lee Buford & Chip King per quanto riguarda la costruzione delle atmosfere, con tutta probabilità grazie alla qui presente collaborazione col talentuoso Bobby Krlic aka The Haxan Cloak.
Colonna sonora perfetta per un film horror, il disco fa sprofondare l’ascoltatore tra tinte nere e ansie opprimenti, stimolandolo con trovate sonore variegate che prendono da dark ambient, drone metal, sludge e industrial, senza scadere nella monotonia o negli eccessi dissonanti che minano spesso e volentieri uscite di questo tipo, e che avevano compromesso il precedente Christs, Redeemers.

7/10

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The Haxan Cloak – Excavation

Posted by StepTb su dicembre 27, 2013

Tri Angle, 2013
Album

Dopo l’ EP “…The Men Parted the Sea to Devour the Water” (Latitudes, 2012), un’unica, e interessante, composizione lunga 27 minuti, il britannico Bobby Krlic torna, a nome The Haxan Cloak, con un secondo full-length: Excavation (Tri Angle, 2013), segna non solo l’approdo all’interessante label Tri Angle (che poco più tardi pubblica anche un altro dei migliori dischi dell’anno, Engravings, il debutto di Forest Swords, moniker di Matthew Barnes), ma anche un grandioso passo in avanti in maturità e stile.

Krlic gode evidentemente di un più alto budget, e lo usa non solo per pulire e perfezionare il proprio sound, ma anche per attuare un cambio di strumentazione (dando più spazio alla pura elettronica), e soprattutto per staccarsi dallo stile esplorato nei precedenti lavori. In una piuttosto rara ma azzeccatissima mossa, decide di allontanarsi dalla “vera” avanguardia in senso comunemente inteso, e dunque di trovare una maniera differente di sintetizzare le sue influenze finora più evidenti, ovvero il minimalismo classico di Part e Riley, la musique concrète, le tensioni più “modern classical” di Tommy Jansen (Elegi). Assimilando invece anche influenze più contemporanee, virando verso un utilizzo più moderno, mainstream e massiccio della strumentazione elettronica, decidendo di non dare ruoli da protagonista agli archi come in vari pezzi del passato, e anche di evitare gli sbalzi verso il noise, Krlic arriva così ad uno stile molto più personale e originale, che nel suo procedere per sottrazione invece che accumulo, e nel suo sound moderno, controllato e perfezionato, finisce per essere il suo lavoro in realtà più d’avanguardia nella sostanza.

Diversamente dal suo omonimo full-length di due anni prima, Excavation è anche un’opera molto più omogenea, unitaria e coesa, in cui i pezzi fluiscono l’uno nell’altro in maniera assolutamente riuscita e naturale.

Uno dei principali elementi del disco è la virata atmosferica, in modo più massiccio che in passato, verso territori spettrali e incogniti: Excavation è davvero uno dei pochi album ad essere effettivamente “spaventoso”, nella sua capacità di suggestionare e richiamare atmosfere spettrali e oscure, da cinema e letteratura dell’orrore. Chiede quindi a gran voce di essere assimilato in condizioni che ne valorizzino tale aspetto: cuffie, solitudine completa, notte, buio o luci basse.

Altra novità per Krlic è l’affidarsi ad influenze da tendenze moderne come il dubstep, che probabilmente mutua dai connazionali, colleghi in quanto a genere e pari in abilità artistiche, Demdike Stare: si sente già dal “drop” abrasivo dell’intro Consumed, ma diventa evidente nel memorabile pattern ritmico aggressivo di Excavation (Part 2), e nei colpi di snare della spettrale Excavation (Part 1), evidentemente influenzata dal miglior Burial.
I droni industriali di Mara, e ancor di più la notturna The Mirror Reflecting (Part 1), riescono finalmente a portare ad un livello perfezionato e penetrante l’idea di ambient “fantasma” e impalpabile che Krlic aveva tentato agli esordi in pezzi meno riusciti (come The Splintered Mind).
Il campionamento vocale di Miste, e il suo sviluppo gorgogliante, sono il momento in cui Krlic guarda maggiormente alla musique concrète e all’industrial vecchia scuola, ma confermando stavolta la sua scelta di non eccedere mai, e non sforare nei territori del noise: il rumore è controllato, spinge continuamente per bucare la superficie, ma viene ricacciato nelle viscere.
Lo spirito fantascientifico, anche se in versione plumbea, è l’anima dell’album, e la fa da padrone nelle tensioni elettriche e nei colpi percussivi elettronici di Dieu.
L’eccellente The Mirror Reflecting (Part 2), uno dei vertici, richiama anche per qualche momento le parti di “…The Men Parted the Sea to Devour the Water” influenzate da Terry Riley, ma poi evolve in paesaggi ancora più minacciosi, dai quali riesce però ad emergere una melodia di tastiere elettroniche e lontani archi, quasi un richiamo all’umanità nel buio di una distopia industriale (in questo senso paragonabile nella sua funzione alla A Warm Place in The Downward Spiral).

Fino a questo punto, Excavation è “solo” un ottimo disco che porta avanti in modo brillante i discorsi dark ambient e drone, rinvigorendo in freschezza e modernità i loro canoni. Ma è la conclusiva traccia The Drop, nei suoi maestosi 13 minuti, a fargli oltrepassare la barriera, e renderlo un capolavoro.
Nella prima parte sfociano tutte le tensioni melodiche che venivano a galla in alcune delle migliori precedenti tracce, ovvero The Mirror Reflecting (Part 2) e, in modo sfumato, Excavation (Part 1), con un ipnotico e profondamente malinconico contrappunto di droni e note elettroniche che ricorda da vicino gli intrecci melodici tipici dei The Cure di Disintegration, ma riflessi in uno specchio deformante, raffreddati, e spinti verso il futurismo elettronico; con il passare del tempo, le melodie si sconnettono tra loro e prendono un’altra piega, mentre riverberi ed effetti digitali le spingono verso una dimensione “spaziale” e rarefatta, da 2001: A Space Odyssey; una pulsazione in sordina e l’arrivo di un tenue loop d’archi la porta in territori dark ambient alla Elegi, finché non cade in terreni ancora più oscuri quando arriva in primo piano un viscerale pattern ritmico di tre colpi di grancassa, che da qui in poi, sviluppandosi con alcune variazioni, e crescendo e diminuendo d’intensità, domina tutto il pezzo fino a chiuderlo, mentre i droni assumono sonorità post-industriali (senza mai diventare noise) e diventano sempre più angosciati ed ermetici, in una chiusura da “apocalisse minimalista” che richiama atmosfere come quelle di Sátántangó.

Se non siamo di fronte al miglior album mai prodotto nel genere dark ambient, poco ci manca. Excavation riesce a prendere spunti da una cronologia musicale vasta, che prende slancio dal minimalismo classico e dall’industrial vecchia scuola, dalla musique concrète a Lustmord, dalle evoluzioni autoriali del Trent Reznor di The Fragile alle malinconie del gothic rock, dal dubstep di Burial all’ambient sofisticato di Elegi e Demdike Stare, tenendone conto senza mai rivelarle del tutto, e sviluppando una formula stilistica personale in cui vengono completamente sciolte, restando presenti solo come eco, e fungendo da palco per un grande spettacolo di sonorità suggestive ed evocative.

8/10

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The Haxan Cloak – The Haxan Cloak

Posted by StepTb su dicembre 1, 2011

Aurora Borealis, 2011
Album

Bobby Krlic, britannico dello Yorkshire trasferitosi a Londra, compone e registra musica sotto il moniker The Haxan Cloak.

Dopo un primo EP senza titolo/omonimo nel 2009, ancora acerbo, e il più interessante EP/singolo (a seconda delle catalogazioni) Observatory nel 2011, lavori che mostravano influenze dal minimalismo classico di Arvo Pärt e Terry Riley così come dall’industrial di scuola Throbbing Gristle e dal dark ambient della label Miasmah Records (in particolare i dischi usciti a nome Elegi, moniker del norvegese Tommy Jansen), si è fatto notare a livello internazionale con l’omonimo debutto full-length The Haxan Cloak (Aurora Borealis, 2011).

L’album si apre con Raven’s Lament, che si presenta come una versione più dettagliata e complessa di Horses Hung, richiamando alla mente ancora una volta lo Jansen/Elegi di Varde, ma prosegue con variazioni ad ampio respiro. An Archaic Device porta le premesse dell’opener verso territori drone che evolvono verso un disturbo noise, e sprofondano nelle pulsazioni distorte e viscerali di Burning Torches of Despair.
I cori stratificati di The Fall prendono lo slancio da Arvo Pärt come Horses Hung, ma recidono il cordone ombelicale con entrambi.
Il dark ambient con archi distorti di In Memoriam rivela ancora un’impronta alla Miasmah Records, mentre la più ostica The Growing esplora territori rumoristici, costituendo il momento più influenzato alla musique concrète assieme a Burning Torches of Despair.
La conclusiva Parting Chant fa evolvere dei cori stratificati dai risvolti tragici e dalle influenze orientali in una bolla dissonante ma avvolgente, mentre i quasi 11 minuti di Disorder, il pezzo probabilmente centrale del disco, sperimentano soprattutto con gli archi, cui poi si aggiungono percussioni e droni via via più minacciosi.

Anche se non fila ancora tutto alla perfezione, il lavoro è un risultato impressionante per essere stato realizzato interamente da un giovane poco più che ventenne (Krlic è del 1988).

7/10

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