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The Pains of Being Pure at Heart – Belong

Posted by StepTb su marzo 31, 2011

2011, Slumberland
Album

Ritorno di una band che vive sull’hype e sugli osanna degli indie-kids solo perché ha scelto bene i propri padri di riferimento in relazione alle tendenze del momento, riprendendo pedissequamente di essi gli aspetti più formali ma non la sostanza più profonda, Belong può in effetti facilmente ingannare e apparire come un passo avanti rispetto al loro debut, perché chiaramente sganciato dagli sbandamenti più twee e childish. Tale maturazione è tuttavia avvenuta solo ad un livello superficiale, ovvero in relazione ai toni dei pezzi (ora orientati con decisione verso uno shoegaze-pop più adulto e malinconico), mentre la forma mentis del gruppo è rimasta la medesima: guai a proporre una formula che sia originale, personale e abbia un qualsivoglia spessore. Questo palese cocktail di The Cure, My Bloody Valentine, Dinosaur Jr. e Slowdive è difatti accuratamente smussato e diluito per suonare in modo innocuo e generico. Qualche buon utilizzo degli arrangiamenti tastieristici (comunque derivato dai The Cure nella maggior parte dei casi) non basta a rendere interessante un disco che in realtà è solo un altro vestito trendy per coprire il nulla.

5/10

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The Pains of Being Pure at Heart – The Pains of Being Pure at Heart

Posted by StepTb su febbraio 4, 2009

Slumberland, 2009
Album

Si può includere senza remore nel vasto oceano di dischi pop (non concept o quant’altro, ma solo pop, ovvero raccolte di canzoni potenziali singoli) nei quali non ci si accorge di quando cambiano le tracce anche il debutto omonimo dei The Pains of Being Pure at Heart, band formata nel 2007 da quattro giovani di New York City, e approdata al full-length dopo un EP anch’esso omonimo (2007) e uno split con i Summer Cats (2008).

La loro idea è infatti una sola, ripetuta lungo una decina di pezzi con minime o impercettibili variazioni, e consiste nell’avanzare un proprio personale approccio al noise-pop coniato ormai quasi 25 anni fa dai The Jesus and Mary Chain e poi evolutosi negli anni in forme stilistiche imprevedibili (una delle quali lo shoegaze) grazie ai vari Lush, My Bloody Valentine, etc.
Il problema è che questo approccio giunge in tempi sospetti (è da qualche anno che si è assistito ad un nuovo boom dello shoegaze, come confermato anche dalla svolta stilistica dei Piano Magic proprio nel 2007, tanto per esemplificare) e, soprattutto, non evolve il panorama, anzi, regredisce lo stile ad una serie di soffici cantilene dall’umore pre-adolescenziale quando non ingenuo e infantile, ripreso pari pari dal vecchio filone twee-pop che non a caso la stessa label Slumberland ha sempre promosso.
Si tratta di canzoni stabili sui canonici tre minuti di durata, riciclanti sempre la medesima struttura ed il medesimo sound (un esile muro di feedback ad avvolgere, espediente trendy utilizzato per sviare lattenzione dalla mancanza d’ispirazione), rette da voci apatiche e prive di passione.
Tal formula potrebbe tuttavia ancora venire sollevata da un’eventuale bellezza delle costruzioni melodiche e un’interessante virtù lirica, ma così non sembra accadere: il sound resiste sempre identico anche per quanto riguarda le prime (che si potrebbero tranquillamente trapiantare da un pezzo all’altro), mentre i testi non si muovono da un costante incentrarsi su relazioni sentimentali adolescenziali, trattate sempre innocuamente tramite una -ripetitiva e probabilmente non sincera- “purezza” giovanile (in This Love Is Fucking Right! arrivano a celebrare innocentemente l’incesto con parole che piacerebbero a Kaori Yuki: “In a dark room we can do just what we like; youre my sister, and this love is fucking right“).
Alla luce di questi elementi, è davvero infelice il paragone avanzato da taluni con la genuina rabbia passionale e giovanile dei No Age, un muro di distorsioni in comune (peraltro di livello penetrante assai differente) non basta ad accomunare stili che occupano piani qualitativi ed espressivi decisamente separati.

Considerando la situazione più in generale, chi supporta band di questo tipo dovrebbe sentire su di sé la colpevolezza di dar credito all’ennesimo act pop retrò, mentre nei garage di tutto il mondo suonano band di adolescenti che hanno davvero qualcosa da dire, che esprimono se stessi in maniera più personale nell’indifferenza generale, e il cui universo forse contiene anche cose più interessanti della solita storiella d’amore di terza liceo.

5/10

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