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Clip of the Day

Posted by StepTb su agosto 27, 2008

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Tool – Vicarious

Posted by StepTb su febbraio 18, 2008

C’è voluto un anno, ma finalmente è stato completato e rilasciato il videoclip di Vicarious.
E speriamo sia solo il frutto di una passione passeggera di Adam Jones per la computer graphic, visto il risultato decisamente inferiore a tutti i suoi lavori passati (d’altronde la CG da sola è ed è sempre stata pesantemente inespressiva).

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Clip of the Day

Posted by StepTb su febbraio 20, 2007

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Tool live @ Palamalaguti (Bologna) – 22/06/2006

Posted by StepTb su giugno 23, 2006

Tornato 4 ore fa.
Non è stato un concerto, ma un vero trip psichedelico.
E come ogni trip che si rispetti, ho degli sprazzi di memoria lucida in mezzo al sovraccarico cognitivo.

Mi ricordo che stavo sorseggiando unottima coca cola da 4 euro in Piazza Maggiore verso le 15 per poi ritrovarmi davanti al Palamalaguti alle 17 e sentire oltre le mura i quattro che provavano Jambi e 10,000 Days (goduria doppia visto che dopo non lhan fatta).
Mi ricordo la strada piena di merchandizing e tuttattorno persone con la T-shirt dei Tool, era una specie di Disneyland.
Mi ricordo che si crepava dal caldo, sia dentro sia fuori.
Mi ricordo di aver visto Adam Jones che mi passava a fianco mentre aspettavo lapertura dei cancelli.
Mi ricordo una simpatica compagnia di fuoriditesta che tracannava alcolici e fumava abbestia (non solo sigarette) esattamente di fianco a me, sugli spalti.
Mi ricordo il tuffo al cuore quando ho capito che lopener sarebbe stata Rosetta Stoned.
Mi ricordo quel solito cazzone di Maynard: “Buonasera, congratulations for your victory today!” (riferendosi alla partita di mondiale Italia-Rep.Ceca) e quasi non più una parola, tutto il concerto di fianco alla batteria senza luci addosso, e subito dopo la fuga.
Mi ricordo la presenza scenica dei Tool, ovvero un orgasmico Danny (robe che svengo a sentire le sue invenzioni su Schism, 46&2 e Right In Two), Justin “pupazzo a molla” Chancellor (appalusi please) e gli schermi LCD + neon strafighi che perlomeno compensavano la tendenza allimmobilità di Jones e Keenan.
Mi ricordo la quiete prima della tempesta di Right In Two, la terra bruciata che ha fatto Jambi, una Sober fatta magistralmente, il classico finto addio con Aenema piazzato a sorpresa.
Mi ricordo di aver cantato Lateralus (e non solo) assieme a Maynard e scusate se è poco.
Mi ricordo la pausa con i nostri eroi seduti sotto alla batteria tranquilli e beati come non mai.
Mi ricordo le fighissime improvvisazioni noise.
Mi ricordo il pienone di persone sotto al palco fino allingresso, Bologna che come sempre ruleggia, e tutta la bella gente che ho visto (beh cerano anche le teste di cazzo, ma erano in minoranza).
Complimenti anche ai trasporti pubblici di Bologna per lottima organizzazione (fanculo Trenitalia invece).

Peccato che lacustica del palazzo non fosse di qualità eccelsa.
Peccato che il mio primo treno per tornare a casa fosse appena alle 3.30 AM.
Peccato aver fatto pranzo e spuntino delle 2 di notte al McDonalds, ma ci si pente sempre dopo.
Peccato che Maynard non abbia più lo smalto canoro di 5 anni fa e si atteggi troppo a rockstar strana.
Ma sinceramente… sticazzi.

Scaletta:
– Goddamn, shit the bed
– Finger deep within the borderline
– My shadow
– Shine on forever, shine on benevolent sun
– I know the pieces fit
– Monkey killin monkey killin monkey
– Jesus wont you fucking whistle
– Spiral out, keep going
– Much better you than I
– Learn to swim, see you down in Arizona Bay


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Tool – 10,000 Days

Posted by StepTb su maggio 25, 2006

*warning: fanboysm*

(Volcano II/Tool Dissectional, 2006)
Album

Molto difficile dare un parere oggettivo su questo album, per il semplice motivo che nel 2001 è uscito quel capolavoro immenso a nome Lateralus.
Sono passati nuovamente 5 anni, uninfinità di tempo, e lattesa per questo nuovo lavoro dei Tool era davvero diventata insostenibile.
Chi pensava di trovarsi di fronte ad un “Lateralus versione 2.0” sarà rimasto assai deluso, già a vedere titoli e copertina, chi invece confidava nel fatto che il gruppo di Los Angeles continuasse a muoversi su coordinate di evoluzione e ricerca, ne ha avuto gradita conferma.
Quindi, come introduzione, diciamo subito cosè cambiato dal precedente album. In questo 10,000 Days troverete meno poesia, meno esoterismo, meno momenti di riflessione onirica; troverete invece più potenza, più rabbia, più cupezza, più pessimismo, più progressive metal, più consapevolezza, più maturità.
Ed ora andiamo ad analizzare le tracce (è un duro lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare).

Si parte in modo insolito, alla grande, con il primo singolo Vicarious. Lungo 7 minuti, ha una struttura in apparenza complicata, ma in realtà molto lineare; insomma, sono presenti strofe, ritornelli e bridge, cosa che (ci crediate o meno) troverete al massimo altre 2 volte lungo il corso di tutto lalbum. Questo pezzo è perfetto come singolo apripista, in quanto non è un continuo crescendo (come invece quasi tutti i pezzi di Lateralus e di questo 10,000 Days) ma esplode subito, con schitarrate violente, ritmi veloci, e a due terzi una serie di stop-and-go micidiali; da segnalare lottimo testo di Keenan, che riflette sul rapporto vittima-carnefice dello spettatore televisivo, tornando così a fare critica sociale come nei primi lavori del gruppo; in Jones ci sono ancora gli influssi orientaleggianti, ma con Vicarious ci propone qualcosa che prende subito le distanze da Lateralus.
Si continua con Jambi, purtroppo un episodio minore; è giocata tutta sul contrasto della voce (delicata e melodica) con la musica (dura e spigolosa). Purtroppo Jones non convince né nella prima parte (in cui abusa di un riff ripetuto allo sfinimento), né nella parte centrale (cè un assolo di chitarra in talk box, una cosa sperimentale ma che non dà i risultati sperati), riscattandosi invece verso la stupenda fine, grazie soprattutto a Keenan che porta il pezzo al vertice, da “Shine on forever, shine on benevolent Son…” in poi, e nella coda (che ci riporta prima ai suoni di The Patient e poi ai tempi dei riff taglienti di Undertow).
Arriva poi Wings For Marie (pt.1), un pezzo cupo e sussurrato, funereo nei soffusi rintocchi di campana iniziali, e un processo che ha la funzione di introdurre e completare la quarta traccia, limmensa 10,000 Days (Wings pt.2), semplicemente uno dei pezzi più belli mai scritti dai Tool, ma non solo; è uno stupendo crescendo di 10 minuti di cui si deve assaporare ogni passaggio, ogni nota, e ogni parola di Keenan; un Keenan le cui bellissime melodie vocali prendono ispirazione perfino dai canti funebri celtici, per raccontare un meraviglioso testo dedicato alla memoria della madre (scomparsa nel 2003, e forse a questo è dovuto il pessimismo che permea tutto il lavoro). Queste due tracce, assieme, formano un lungo e oscuro requiem di rara bellezza, e terminano entrambe allo stesso modo (riff e arpeggi finali identici, ma parole di Keenan differenti).
Si prosegue con The Pot, un pezzo che ci fa tornare con i piedi per terra, e ci riporta in una specie di forma-canzone (sono nuovamente presenti strofe e ritornelli, in una struttura però assai intricata e originale); questo è il pezzo più catchy e veloce dellalbum assieme a Vicarious, è costruito su dei giri di basso geniali (un applauso a Chancellor), ha dei momenti di violenza e rabbia (“So who are you to wave your finger?“), e ci mostra un Keenan ancora una volta eclettico allinverosimile (stavolta sperimenta un timbro vocale che ce lo rende quasi irriconoscibile).
Termina qui la prima parte dellalbum; la sesta traccia, Lipan Conjuring, è infatti un intermezzo di sapore lisergico-etnico con il solo compito di spezzare a metà lopera, dividendola in due sezioni.
Si ricomincia con la settima traccia, ovvero Lost Keys (Blame Hoffman), che ha lunico scopo di introdurci il pezzo seguente: una melodia di chitarra ipnotica (che ricorda gli arpeggi onirici di Lateralus) sul cui sfondo udiamo le voci di un dottore e uninfermiera che discutono a proposito di un paziente che ha subito un forte trauma; si sta poco a capire che il paziente in questione è Keenan, perché dopo che il dottore dice “What happened? Tell me everything…” parte la traccia successiva. La micidiale Rosetta Stoned. Questo è il pezzo di svolta, che ci mostra un lato dei Tool nuovo e spiazzante. Il pezzo parte in medias res, con Keenan che parla (tramite un effetto vocale alienizzante) snocciolando le parole ad una velocità impressionante; racconta di essere stato rapito dagli alieni ed essere stato additato come il prescelto per divulgare “il messaggio”, comunicando tutto lo shock e linquietudine del personaggio. Ma è a livello musicale che Rosetta Stoned è eccezionale: 11 minuti di poliritmie, strutture impazzite, variazioni e controtempi, in una trama che sembra uscita direttamente dalla mente di un folle (o un genio). Niente da dire, un capolavoro sotto tutti i punti di vista, e soprattutto un pezzo che dice davvero qualcosa di nuovo, ci mostra una nuova via per il futuro del rock.
Segue a questo cataclisma il momento (momento per modo di dire, visto che dura 7 minuti) di calma e riflessione rappresentato da Intension, un pezzo completamente datmosfera, in cui dolci melodie soffuse e stupendi giochi di percussioni (tablas in particolare) la fanno da padrone, cullando lascoltatore e facendogli capire che la violenza psicologica è finita.
Ora è tempo di Right In Two, il terzo autentico capolavoro del disco (dopo il requiem in due parti di Wings For Marie e la devastazione cerebrale di Rosetta Stoned); anche Right In Two è lungo, stavolta sono 9 minuti, ma come ormai sappiamo i Tool hanno bisogno di prendersi i loro tempi per costruire la loro magia, ed è stupendo sentire come questo pezzo prenda forma minuto dopo minuto; Keenan è spettacolare, le sue melodie vocali sono da brividi; le ritmiche sono tutte in 11/8, con una stupenda poliritmia (preceduta da un assolo di tabla fenomenale) prima dellesplosivo finale.
Chiude lalbum il pezzo dark-ambient Viginti Tres (ovvero “23” in Latino, e il 23 è un numero esoterico associato in particolare ai disastri), unopprimente opera del musicista ambient/industrial Lustmord (autore anche degli effetti sonori temporaleschi della title-track); la cosa rimanda ovviamente a Lateralus (ovvero: penultima traccia che implode, e poi un pezzo industrial agghiacciante per terminare davvero il lavoro), ma stavolta la cosa curiosa è che Viginti Tres dura esattamente 5:02 minuti; perché, se notate, Wings For Marie (pt.1) dura 6:11 minuti, e 6:11 + 5:02 fa esattamente 10:13, ovvero la lunghezza di 10,000 Days (Wings pt.2); la cosa avrà certamente un significato, ma chissà quale sarà.

Bene, dopo aver analizzato le tracce, possiamo trarre le conclusioni.
Innanzitutto, è palese che i Tool abbiano fatto esattamente ciò che avevano in mente, con una consapevolezza e una maturità ammirevoli.
Poi, si ha la sensazione, a fine ascolto, che Vicarious non sia un vero inizio, ma un punto finale di qualcosa, forse della seconda fase artistica dei Tool (quella di Ænima e Lateralus), che poi lascia spazio ad una “terra di nessuno” impersonata da Jambi, e solo con queste dovute cautele veniamo dunque introdotti al vero passo successivo, il nuovo universo Tool, rappresentato dai pezzi successivi. Questo indica chiaramente il concetto di evoluzione, sempre ricercato dal gruppo.
Musicalmente ci sono varie note da fare: innanzitutto, le strutture e i pezzi in generale sono progressive e sperimentali come non mai, si sentono spesso due chitarre (cosa rara in Lateralus), Danny Carey alla batteria sostiene tutto lalbum con la sua sempre più eccellente tecnica, le poliritmie la fanno da padrone quasi in ogni pezzo, si sfiora quasi laccademismo in alcuni punti (ma per fortuna lo si sfiora soltanto, i Tool come sempre comunicano innanzitutto emozioni).
Ascoltando pezzi come Rosetta Stoned ci si rende anche conto che forse questo album è addirittura troppo in anticipo sui tempi e quindi di assai ardua comprensione. Ci sono continui esplosivi scontri tra istinto e ragione, tra passato e futuro delluomo, tra percussioni tribali e impulsi elettronici, e il tutto si amalgama alla perfezione, con un risultato impressionante. Si può dire che sia un lavoro che usa il passato per parlare del futuro.
Unultima nota di curiosità: ancora una volta i Tool hanno un artwork assolutamente geniale, opera di Alex Grey; sono presenti delle immagini stereoscopiche da guardare con le lenti speciali allegate al disco, per dare un risultato 3D che segue i colori dello spettro visibile; le immagini sono fortemente simboliche, come quella in cui Keenan vede il fantasma di una donna (la madre?) o quella in cui cè un Giano trifronte con al suo interno due teschi, che a loro volta incorporano due feti, nella simbologia della vita e della morte. La copertina invece riflette alla perfezione il mood interno del disco: oscuro, inquietante, duro e violento. Ma la violenza che pervade le atmosfere di 10,000 Days è passionale e necessaria, mai gratuita, e serve a farci cadere altre barriere mentali per farci compiere un altro passo in avanti nella nostra evoluzione cerebral-musicale.
Un punto a sfavore invece è il fatto che, sebbene dal punto di vista sonoro e delle singole canzoni sia molto compatto e duro, dal punto di vista dellinsieme invece risulti troppo frammentato: non cè quella sensazione di opera concettuale che dava Lateralus, non cè la stessa perizia nel dosare i pezzi e gli intermezzi, e forse cè qualche lungaggine che si poteva evitare (vedi Wings For Marie (pt.1), Intension, Viginti Tres, e la prima parte di Jambi) in favore di una traccia in più.
In conclusione: credo manchi la scintilla per avere il vero capolavoro (ma solamente perché nel 2001 è uscito Lateralus e questi 5 anni avevano fatto immaginare lavvento di chissà quale opera ultima della storia della musica; è anche per questo che i Tool hanno seguito altri binari rispetto a ciò che avrebbero voluto i fan), ma questo è ad ogni modo un disco eccezionale, che probabilmente si rivelerà tra le migliori uscite del 2006.

7.5/10

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