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TV on the Radio – Nine Types of Light

Posted by StepTb su aprile 27, 2011

Interscope, 2011
Album

Nine Types of Light (Interscope, 2011), quinto album dei TV on the Radio, chiarisce i dubbi sul corso musicale della band: il precedente Dear Science pare fosse proprio il capostipite di un loro nuovo approccio musicale, più pop e catchy. Allo stesso tempo, il disco suona tuttavia ben più immerso in umori cupi ed esistenzialisti rispetto al più frizzante e gioioso predecessore, tale differenza evidentemente derivata dalla grave malattia del bassista Gerard A. Smith, presente alle sessioni di registrazione ma purtroppo morto di cancro dieci giorni dopo la release. In un tale clima è comprensibile l’assenza di leggerezze come Dancing Choose o Golden Age, ciononostante la band ha proseguito a battere le strade del pop melodico e accessibile, rileggendolo attraverso le proprie bizzarre, contaminate e visionarie idee.

Gli hook melodici immediati si contano in misura minore rispetto a Dear Science, ma il disco parte scodellando subito una trascinante Second Song, già colma di idee sonore: partenza in sordina con timide percussioni e desolato crooning vocale su di un denso tappeto d’organo che potrebbe provenire dagli Arcade Fire, ingloba improvvisamente degli spasmi chitarristici ed esplode poi in un soul-funk cantato con falsetto alla Prince, arrangiato ai fiati, e tanto ballabile quanto tinto di malinconia; si tratta però forse anche dell’unico momento relativamente spensierato in tutto il disco.
La loro devastante capacità di amalgamare senza sbavature generi musicali distanti non è sparita, come dimostra You, ritmata come un trip-hop, arrangiata con un mix di tappeti elettronici-industriali, synth dance-punk, stratificazioni drammatiche e giochi chitarristici post-rock.
I battiti bombastici spariscono per i 6 minuti di Killer Crane, la traccia più lunga e più ipnotica, che si dilata nello spazio grazie a languide stratificazioni strumentali, con la voce di Adebimpe prima avvolta da un drone d’organo e poi da un’unione di chitarre acustiche folkeggianti (con pizzichi orientali) e arrangiamenti d’archi.
I TV on the Radio sembrano cercare anche la hit con Will Do, un lento pezzo di (nella sostanza) romantico revival new-wave che però suona troppo radiofonico per gli ascoltatori più esperti, e troppo stravagante per il pubblico mainstream, sebbene curato con il solito buon gusto e potenzialmente lanciabile per scalare qualsiasi chart, ben più di tutte le imbarazzanti ballad che vi si trovano solitamente.
Altrove l’album non riesce altrettanto bene, e nella prima metà particolarmente Keep Your Heart e No Future Shock suonano piuttosto deboli, la prima costruita senza troppa fantasia sulla falsa riga di alcuni pezzi dei precedenti dischi (particolarmente Let the Devil In e Province), diluiti e resi più generici, la seconda un caotico accumulo di sonorità eterogenee che non riescono a trovare armonia e spontaneità.
Questi due pezzi vengono parzialmente riscattati da un’ultima parte d’album più disorientante e psichedelica, anche se non al livello dei loro migliori dischi. I quattro pezzi finali sono difatti una dimostrazione di quanto la band abbia ancora voglia di sperimentare e stratificare in maniera maniacale: il battito electro e i synth ruvidi e angolari (con qualche tocco perfino electroclash) di New Cannonball Run riescono ad amalgamarsi alla perfezione con l’ingresso dei possenti fiati (un po’ in stile James White & The Blacks) verso metà della traccia; allo stesso modo, la voce in Repetition si unisce perfettamente ai trilli chitarristici nel catchy e ritmato chorus, prima di un cambio ritmo improvviso alla Faith No More, con organo e voce gotica, cui segue un nuovo climax di shredding chitarristici e slogan declamato ripetutamente in modo quasi hip-hop; il cupo e inizialmente spoglio trip-hop metropolitano di Forgotten si tramuta in un carnevale di fiati, melodie fischiettate, falsetti e percussioni; la conclusiva Caffeinated Consciousness alterna strofe di rock bombastico e distorto (ma ben meno rispetto ai loro primi dischi) con un chorus riflessivo avvolto da arrangiamenti vellutatamente dissonanti, terminando in una coda di stratificazioni che resta uno dei momenti migliori in tutto il disco.

Questo ritorno vagamente in sordina dei TV on the Radio non riesce a gareggiare con i precedenti lavori, ma prosegue in maniera non scontata il discorso di Dear Science, mostrando ancora una volta delle capacità d’arrangiamento e mescolamento d’influenze nettamente superiori e più creative rispetto a quelle di tutto il panorama indie-rock a loro contemporaneo, e, anche se a volte ricalcando e banalizzando i propri marchi di fabbrica, riesce a costruire del pop-rock piuttosto catchy nonostante le poderose iniezioni di pessimismo. Purtroppo, però, stavolta c’è assai poco di interessante per chi li segue fin dagli esordi.

6.5/10

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TV on the Radio – Dear Science

Posted by StepTb su ottobre 14, 2008

4AD/Interscope, 2008
Album


Il quarto album dei brooklynesi TV on the Radio è Dear Science (4AD/Interscope, 2008), prodotto ancora una volta, come tutti i precedenti, dallo stesso fondatore della band, il polistrumentista David Andrew Sitek.
La sostanziale differenza con le precedenti release della band è una sola: stavolta i pezzi sono realmente vicini al formato-canzone e alleasy listening, non solo per quanto riguarda le melodie vocali molto catchy (che per la band non sono una novità sin dai tempi di Staring at the Sun) ma anche per quanto riguarda gli umori (quelli più inquieti e cupi sono stati quasi cancellati) e le sonorità (quelle più thriller sono state ridotte da terremoti sonori a scariche synth-rock tutto sommato innocue, se non proprio sostituite da sound più allegri e adatti al mainstream, come ad esempio i ricorrenti battiti di mani nelle ritmiche).
Cè ugualmente una buona, se non ottima, notizia: il quintetto non ha perso il proprio buon gusto e la propria sapienza nellassemblare melodie e arrangiamenti, anzi, ha tratto da questoccasione un motivo per rinnovarsi e sfogare la propria vena più orecchiabile.
Ed è per questo motivo che Dear Science non suona affatto come una mera svendita al mercato, bensì come unapertura più melodica e mainstream ma allo stesso tempo colma di creatività, passione, eleganza e buon gusto; si tratta quindi innanzitutto di una magistrale lezione di stile a tutte le band “indietroniche” che hanno infestato il panorama mediatico dei 2000s con album nel migliore dei casi costruiti su unidea ripetuta allinfinito e nel peggiore dei casi con un aggiornamento digitale e barocco delle sonorità pop più stucchevoli in voga ventanni prima.

La sapienza nellassemblare tessiture sonore raffinate, avvolgenti e impeccabili è la caratteristica che ricorre lungo tutto Dear Science, e, unita alla centralità e alla brillantezza delle melodie vocali di Tunde Adebimpe, riesce a compiere miracoli, spesso trasformando stilemi pop retrò in nuove impensabili forme musicali.
Ed è il caso soprattutto di Crying, un pop-funk vocalmente e musicalmente chiaramente influenzato dalle hit di Prince e dai pop ironici dei Faith No More, che Sitek riesce a vitalizzare grazie ad una fontana di synth e sample di background.
In altri casi la band suona anche decisamente meno languidamente retrò, coinvolgendo quindi ulteriormente: lopener Halfway Home evolve su di un tappeto percussivo avvolto dai droni tastieristici, incorporando doo-wop, flauti e chorus in falsetto irresistibile, sino allesplosione quasi-shoegaze finale; Dancing Choose fonde un rap su base sintetica con un refrain vocale memorabile ed esplosivi arrangiamenti a tastiere, chitarre e sassofoni; Stork and Owl riprende melodie vocali e arrangiamenti agli archi nel pieno stile The Cure, ma ancora una volta allinterno di un panorama sonoro digitalmente raffinato e impreziosito.
I cali purtroppo arrivano a metà disco: Golden Age è un compromesso dance-pop in pieno stile disco-soul 1970s, seppur vitalizzato dai sound frizzanti, dai contrappunti vocali e dallinfluenza blues, e Family Tree si abbandona alla tipica ballad romantica immersa negli archi che, con melodie molto simili, è già stata oramai abusata da molte band indie-pop.
La possibilità di ristagno viene comunque incenerita dalla grandiosa sequenza conclusiva: Red Dress trascina in un funk melodico e ballabile, con un chorus eccezionale e un background esplosivo di sassofoni, congas, trombone e tromba; la malinconica ballad Love Dog evolve da soffuso electro-trip-hop ad un climax dilatato dagli archi, riuscendo a non sprecare nemmeno un secondo di musica nellottenere il risultato emotivo finale; Shout Me Out non solo è trainata da melodie vocali catchy, ma esplode in un climax prima ritmico e poi chitarristico e stratificato che ricorda gli esperimenti di Desperate Youth, Blood Thirsty Babes; DLZ, forse il capolavoro del disco, non avrebbe assolutamente sfigurato su Return to Cookie Mountain: il suo umore cupo forse cozza con la leggerezza delle restanti tracce, ma regala le melodie vocali più coinvolgenti e uno dei tappeti sonori più scoppiettanti, oltre ad uno dei testi più maturi di Adebimpe.
La chiusura è invece affidata alleccentrica Lovers Day, che contamina lindie-pop con un piglio quasi folkloristico (la batteria si fa tribale e marziale, i fiati leggermente dissonanti sembrano evocare le bande di paese), che, unito alla sovrapposizione di voce maschile e femminile (della guest Eleanore Everdell), può facilmente riportare alla mente i primi Arcade Fire.

Anche se non al livello innovativo e stilistico di unopera sovversiva come Return to Cookie Mountain, lalbum resta un lavoro estremamente godibile e personale.
Certo, se due deboli episodi come Golden Age e Family Tree fossero stati sostituiti da pezzi più sperimentali o dal pathos perforante (sul modello di Staring at the Sun, I Was a Lover, Hours, Wolf Like Me o Playhouses, per esemplificare), il disco sarebbe risultato ottimo se non una vera perla, ma nel panorama della musica mainstream ad esso contemporanea, povero di nuove idee ma sempre ricco di trend cestinabili in toto, resta unuscita che non può destare lamentele.
I TV on the Radio sono in ogni caso attesi al varco: Dear Science è da considerarsi una parentesi o un nuovo corso di carriera?

Ancora più lunga del solito la lista dei guest: gli Antibalas Martin Perna (flauto), Stuart Bogie (sax), Aaron Johnson (trombone) ed Eric Biondo (tromba), inoltre Yoshi Takamasa (shaker, congas, percussioni e campane), Colin Stetson (sax), Claudia Chopek e Janis Shen (violino), Eleanor Norton (violoncello), Lara Hicks (viola), Katrina Ford dei Celebration (voce), David Bergander sempre dei Celebration (batteria), Perry Serpa (arrangiamenti darchi), Leah Paul (corno), Eleanore Everdell (voce), Matana Roberts (sax e clarinetto).

7/10

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TV on the Radio – Return to Cookie Mountain

Posted by StepTb su dicembre 21, 2006

Il terzo full-length dei TV on the Radio, Return to Cookie Mountain (4AD/Interscope, 2006), è un’opera che li consacra definitivamente come uno dei più interessanti act musicali “alternativi” nel mondo del rock e del pop.

La produzione è ulteriormente migliorata (anche grazie ad un high-budget), e nel frattempo sono entrati a far parte della band anche altri due polistrumentisti, ovvero Jaleel Bunton (batteria, ma anche chitarra, tastiere e cori) e Gerard Smith (basso, tastiere, chitarra, cori).
L’umore del disco riflette l’allargamento a quintetto e quindi una più sentita identità di “rock band”, un’euforia più giocosa e sperimentatrice in sede compositiva (che viene però quasi sempre utilizzata per costruire pathos emotivo, non per divertire), e un conseguentemente maggiore tour de force di bizzarrie stilistiche.

L’opener I Was a Lover è già un manifesto degli arrangiamenti geniali di Sitek e soci (battito electro-hip-hop, sample di fiati distorti, rumorismi epilettici, fratture percorse da pianoforti, esplosioni di chitarre shoegaze nel background), coronato dalle melodie vocali dal timbro inconfondibile di Adebimpe, che già stupisce grazie al suo peculiare falsetto (per chi si fosse perso le sue prove a cappella nei precedenti dischi); i fiati leggermente dissonanti tornano sull’anche più inquieta e vibrante Hours, trascinata da un drumming sporco e marziale avvolto da droni e trafitto da colpi alle tastiere, con Adebimpe che riesce a confezionare alcune delle sue melodie più catchy, giocando ancora con il falsetto e le sovrapposizioni vocali (facendosi aiutare anche dalla guest Kazu Makino dei Blonde Redhead).
La successiva Province trasporta tutto il calderone sonoro dei primi due pezzi verso una ballata molto più vicina ai canoni radiofonici, senza per questo sfociare nei cliché: gli inquietanti accordi al pianoforte esaltano con pathos il pezzo, mentre le voci stratificate (delle quali una è David Bowie) lo perforano, soprattutto nei momenti cantati nuovamente in falsetto; il testo palesa inoltre una certa maturità lirica, ormai raggiunta tramite un avvicinamento progressivo a tematiche non propriamente spensierate.
L’equilibrio melodico viene in ogni caso sbranato dalle successive Playhouses e Wolf Like Me (quest’ultima una celebrazione della licantropia come metafora della diversità individuale, oltre che un esplicito tributo allo storico bluesman Howlin’ Wolf), esplosive tracce guidate da possenti riff distorti digitalmente, drumming agitati e grandiosi lavori di stratificazione chitarristica, tastieristica e vocale (con polifonie vocali che toccano l’apice creativo in particolare nelle strofe della prima e in tutta la memorabile ultima metà della seconda).
La melodia vocale più catchy viene comunque forse regalata da A Method, su ritmo da marcetta, avvolta da distorsioni, percussioni, polifonie vocali derivanti alla lontana dal doo-wop, e con chiusura stratificata tra falsetti e fischiettii; al contrario, Let the Devil In è una caotica orgia di cori sgraziati, con strati di chitarre distorte e sezione ritmica percussiva.
Seguono poi la ben più “easy listening” power-ballad Dirtywhirl, ancora una volta un’esperienza sonora che agglomera una serie di svariate influenze da rock, pop e blues, rese oramai irriconoscibili grazie all’imponente lavoro d’arrangiamento a chitarre e tastiere, e il synth-pop con forti echi new-wave/gothic-rock di Blues from Down Here, arrangiato da borbottanti fiati e coniugato a progressioni armoniche rhythm’n’blues tramutate in battito indietronico digitale.
Chiudono il disco la lullaby con chorus in falsetto Tonight, dall’anima spettrale e dissonante, e gli 8 minuti dell’incubo digitale Wash the Day, che fondono assieme un tappeto industrial-rock distorto alla Nine Inch Nails, arrangiamenti orientaleggianti al sitar, melodie vocali catchy e spruzzate dissonanti.
Le successive 14 tracce sono composte ognuna da 17 secondi di silenzio, sino ai due minuti scarsi della traccia di chiusura, che raccolgono suoni d’ambiente registrati nella sala prove.

Nella release statunitense sono incluse come bonus-track Snakes and Martyrs (una prima versione di Hours), il remix Hours (El-P Remix) opera del rapper El-P, e l’inedita ballad jazz Things You Can Do.

Numerosi i guest: Katrina Ford dei Celebration (cori), Jeremy Wilms (violoncello su Hours), i già citati David Bowie (cori su Province) e Kazu Makino dei Blonde Redhead (cori su Hours), Omega Moon dei The Majesticons (cori su Playhouses), Martin Perna degli Antibalas (sax baritono su Wolf Like Me, fiati su Blues from Down Here), Stuart Bogie degli Antibalas (fiati su Blues from Down Here), Aaron Aites (cori su Let the Devil In), Aku Orraca-Tetteh, Akwetey Orraca-Tetteh e Devang Shah (cori e percussioni su Let the Devil In), Chris Taylor dei Grizzly Bear (fiati su Blues From Down Here, clarinetto su Tonight).

Con questo disco e il precedente, si può dire che i TV on the Radio abbiano coniato un nuovo approccio stilistico nel panorama della musica “popolare”, che, sebbene derivi parzialmente soprattutto da indietronica, post-rock e industrial-rock, in realtà ne risulta perfettamente slegato, e non solo grazie alle altre più disparate influenze che vanno a confondere il calderone (jazz, rhythm’n’blues, avant-garde, doo-wop), ma anche a causa del rimaneggiamento fuori dagli schemi e profondamente personale che i singoli membri hanno saputo trarre dal mosaico: quella disegnata dai TV on the Radio è una strada differente rispetto alle convenzioni trendy di pop, rock ed elettronica (riuscendo però a riprendere di tutti e tre i mondi lo spirito più affascinante), che porta con sé la forza di incenerire tutti quegli stilemi musicali in circolazione ignobilmente modaioli o esauriti dallo sfruttamento intensivo, e che scorre senza sbavature ad ogni ascolto in quanto non forzata ma sfociata in maniera naturale e fluviale dall’innato talento post-modernista della band stessa.

8.5/10

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