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Black Coffee Blues

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Quote of the Day

Posted by StepTb su gennaio 9, 2015

« Nonostante la mia venerazione per la scienza, non sono uno scientista. Perché uno scientista crede dogmaticamente nell’autorità della scienza mentre io non credo in nessuna autorità ed ho sempre avversato il dogmatismo, e ancora ovunque lo avverso, soprattutto nella scienza.
Sono contrario alla tesi secondo la quale lo scienziato deve credere alla sua teoria. Per quanto mi riguarda, I do not believe in belief, come dice E. M. Foster; in particolare non credo nella scienza. Credo al massimo alla fede nell’etica, e anche lì solo in pochi casi. Credo, ad esempio, che la verità oggettiva sia un valore, dunque un valore etico, forse addirittura il più alto valore, e che la malvagità sia il massimo non-valore. »

– Karl R. Popper, in Alla ricerca di un mondo migliore: conferenze e saggi di trent’anni di attività

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2014 / Best Albums

Posted by StepTb su dicembre 31, 2014

As always, still in progress…

7.5/10
Los Random – Pidanoma
Fire! Orchestra – Enter
The War on Drugs – Lost in the Dream
Goat – Commune

7/10
Ambrose Akinmusire – The Imagined Savior Is Far Easier to Paint
Dan Weiss – Fourteen
Freddie Gibbs & Madlib – Piñata
Wild Throne – Blood Maker EP
Flying Lotus – You’re Dead!
Kairon; IRSE! – Ujubasajuba
Mastodon – Once More ‘Round the Sun
Cloud Nothings – Here and Nowhere Else
Orange Goblin – Back from the Abyss
Ty Segall – Manipulator
Natural Snow Buildings – The Night Country
The Body – I Shall Die Here
Conan – Blood Eagle
Triptykon – Melana Chasmata
Murmur – Murmur
Desmadrados Soldados De Ventura – Interpenetrating Dimensional Express
Richard Dawson – Nothing Important
Perfume Genius – Too Bright
Carla Bozulich – Boy
Eyehategod – Eyehategod
Trent Reznor & Atticus Ross – Gone Girl
Padang Food Tigers – Running My Habits Clean EP
Coffinworm – IV.I.VIII
Kayo Dot – Coffins On Io

6.5/10
Sólstafir – Ótta
Andy Stott – Faith in Strangers
Zola Jesus – Taiga
Sun Kil Moon – Benji
Junius – Days of the Fallen Sun EP
Bill Callahan – Have Fun with God
Bohren & Der Club of Gore – Piano Nights
Kiasmos – Kiasmos
Shellac – Dude Incredible
Down – Down IV – Part II EP
Pyrrhon – The Mother of Virtues
Cormorant – Earth Diver
Pink Mountaintops – Get Back
Big Red Panda – Big Red Panda
Body Count – Manslaughter
Keb’ Mo’ – Bluesamericana
Swans – To Be Kind
Thot – The City That Disappears
Oren Ambarchi – Amulet
Space Guerrilla – Boundless EP
Grouper – Ruins
Loscil – Sea Island
Earth – Primitive and Deadly
Electric Wizard – Time to Die
Left Lane Cruiser – Slingshot
Have a Nice Life – The Unnatural World
Junkfood – The Cold Summer of the Dead
Trap Them – Blissfucker
Death Grips – Niggas on the Moon
Vermont – Vermont
Spoon – They Want My Soul
Plantation – Out of the Dark EP
Sunn O))) & Ulver – Terrestrials
Behemoth – The Satanist
Aleph Null – Nocturnal

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2014 / Best Films

Posted by StepTb su dicembre 31, 2014

Just a draft, I’ve watched very few 2014 movies…

7.5/10
Kis uykusu (Nuri Bilge Ceylan)
The Homesman (Tommy Lee Jones)

7/10
Gone Girl (David Fincher)
The Grand Budapest Hotel (Wes Anderson)
Edge of Tomorrow (Doug Liman)
Boyhood (Richard Linklater)
The Lego Movie (Phil Lord & Christopher Miller)
Maps to the Stars (David Cronenberg)

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Stuff Seen, November+December 2014

Posted by StepTb su dicembre 31, 2014

Sideways (Alexander Payne, 2004) [7+]
The Descendants (Alexander Payne, 2011) [5]
Nebraska (Alexander Payne, 2013) [8]
Kelly’s Heroes (Brian G. Hutton, 1970) [7.5]
Cockfighter (Monte Hellman, 1974) [7]
Rocky (John G. Avildsen, 1976) [7]
The Social Network (David Fincher, 2010) [7]
Gone Girl (David Fincher, 2014) [7]
The Wolf Man (George Waggner, 1941) [7.5-]
Frankenstein Meets the Wolf Man (Roy William Neill, 1943) [6.5]
The Curse of the Werewolf (Terence Fisher, 1961) [6.5]
The Babadook (Jennifer Kent, 2014) [5]
Happy Christmas (Joe Swanberg, 2014) [6]
The Grand Budapest Hotel (Wes Anderson, 2014) [7]
Confession (Do-yun Lee, 2014) [6.5]
The Expendables 3 (Patrick Hughes, 2014) [5]
Guardians of the Galaxy (James Gunn, 2014) [6.5]
The Lego Movie (Phil Lord & Christopher Miller, 2014) [7]
Maps to the Stars (David Cronenberg, 2014) [7]

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Los Random – Pidanoma

Posted by StepTb su dicembre 30, 2014

Self-produced, 2014
Album

Il trio argentino dei Los Random (prima conosciuti solo come Random) aveva esordito con un EP (Prrimo, The) nel 2009 e un primo album (Todo.s los colores del) nel 2011, entrambi ottimi esempi di prog metal altamente variegato e ricco di trovate creative, percorsi da sfoggi tecnici ed esuberanza giovanile.
Il loro secondo full-length Pidanoma sposta l’asticella ben più in alto. Maturati sotto ogni punto di vista, i tre hanno confenzionato quello che forse è il più autenticamente innovativo disco metal del 2014.
Il trio ha trovato una formula completamente personale, che non suona esattamente come nulla si sia sentito in precedenza, e l’ha messa al servizio di un disco-macigno, da ascoltare per intero da capo a coda (sulla scia della tradizione prog dei concept album), costituito per lo più da tre pezzi finali di 16, 17 e 21 minuti.
Sebbene in questo calderone di influenze si intercettino riff sludge alla Melvins, post-metal alla Isis di Panopticon (ma in versione più calda e latina), prog massimalista alla The Mars Volta, post-hardcore e math rock alla Don Caballero, passaggi djent, e parti strumentali ora di ambient elettronico (Mia Gato está Solo en la Os) ora di post-rock alla Mono (Guri Guri Tres Piñas), la formula stilistica finale è una vera e propria fusione, che non suona mai frammentaria per il gusto di stupire o esibire virtuosismi, ma come un discorso unitario, coeso e coerente.
Siamo sostanzialmente nell’ambito della musica d’avanguardia – e, sicuramente, nel reame dell’avant-garde metal, che raramente è stato così interessante.

7.5/10

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Kairon; IRSE! – Ujubasajuba

Posted by StepTb su dicembre 30, 2014

Self-produced, 2014
Album

Fortunatamente, capita escano dischi capaci di iniettare nuova linfa in generi ormai sfruttati all’eccesso e accartocciati nei propri stereotipi, come, in questo caso, il post-rock.
Con un approccio meno “sinfonico” rispetto al precedente (e loro debut album) the Defect in that one is bleach / We’re hunting wolverines, i finlandesi Kairon; IRSE! aumentano le dosi di sovraincisioni stratificate e dissonanze, e, grazie anche ad una (auto-)produzione che conferisce a chitarre e batteria un’aggressività ben più grezza di quanto generalmente si sente nel genere, le lunghe distese di “wall of sound” si scavano uno spazio stilistico a sé.
Sarebbe d’altro canto limitante considare Ujubasajuba solo come esponente valido di un singolo genere: le sonorità “pastose”, al tempo stesso atmosferiche e ruvide, gettano in una pressa influenze che vanno dagli Hawkwind ai My Bloody Valentine, ancor prima di parlare il linguaggio di Mono ed Explosions in the Sky.

7/10

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The Body – I Shall Die Here

Posted by StepTb su dicembre 30, 2014

Rvng, 2014
Album

All’interno di una discografia dalla qualità discontinua, I Shall Die Here si situa tra le migliori uscite a nome The Body: cercando un bilanciamento molto più ponderato tra aggressione noise e droni ambientali, l’album è il più maturo e riuscito del duo Lee Buford & Chip King per quanto riguarda la costruzione delle atmosfere, con tutta probabilità grazie alla qui presente collaborazione col talentuoso Bobby Krlic aka The Haxan Cloak.
Colonna sonora perfetta per un film horror, il disco fa sprofondare l’ascoltatore tra tinte nere e ansie opprimenti, stimolandolo con trovate sonore variegate che prendono da dark ambient, drone metal, sludge e industrial, senza scadere nella monotonia o negli eccessi dissonanti che minano spesso e volentieri uscite di questo tipo, e che avevano compromesso il precedente Christs, Redeemers.

7/10

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Mastodon – Once More ‘Round the Sun

Posted by StepTb su dicembre 29, 2014

Reprise, 2014
Album

Come rilasciato in un’intervista dal chitarrista Bill Kelliher, “[Death] always makes for really good story telling. It’s kind of the theme that we have a lot in our music. We’ve had a lot of friends pass away since the last record. I’m not really sure yet. I think we’re kind of focusing more about living on this earth and what would happen if this was your last year to live. I think that’s sort of maybe a little bit of what we might be kind of touching on.
Il sesto album dei Mastodon, Once More ‘Round the Sun, uscito per la Reprise, riflette allo stesso tempo un ulteriore cambio di rotta stilistico, una volontà di conquistare nuovi tipi di pubblico ulteriormente al di fuori del’arena metal, ma anche una maturazione personale dei quattro, che mai come ora hanno una visione consapevolmente positiva nei confronti della vita.
Se proprio i primi due pezzi ad aprire l’album contengono versi come “Open your eyes, take a deep breath and return to life. Wake up and fight, fight for the love and the burning light“, e “I can see what this life has handed you, I can feel the weight. This time, things’ll work out just fine. We won’t let you slip away“, la cosa è non solo chiara ma anche appositamente sottolineata.

Quella dei Mastodon è un’operazione di svecchiamento delle formule metal, prog rock e alternative rock, che si mescolano assieme in un calderone sempre ispirato e altamente personale, dunque riuscendo sempre a spiccare sul resto del panorama musicale ad essi contemporaneo, e risultando sempre soddisfacente. Once More ‘Round the Sun non fa eccezione, e stavolta, a differenza di The Hunter, la parte del leone la fanno gli arrangiamenti (non solo chitarre, anche tocchi di synth e sample in un paio di punti), nei loro ultimi tre dischi mai così ricchi, rifiniti, ma allo stesso tempo non soffocanti nei confronti dell’orecchiabilità finale dei pezzi (come in molto Crack the Skye) – una complessità e ricchezza di dettaglio perfettamente rappresentata dalla cover del disco, opera dell’artista Skinner, di Oakland.
Essenziali sono infatti le melodie e la vena catchy di tutti i pezzi, che tocca il picco nei memorabili chorus di The Motherload, Asleep in the Deep e Ember City.

Come sintesi delle varie influenze della band, Once More ‘Round the Sun funziona anche meglio di The Hunter, che non era altrettanto cesellato, upbeat e scorrevole, e senz’altro meglio di Crack the Skye, nel quale l’ambizione di costruire un concept in stile prog 1970s aveva preso completamente il timone.
Si possono trovare infatti riff sludge che rimandano ai loro lavori più vecchi, come in Asleep in the Deep, Chimes at Midnight e Aunt Lisa (con coro cheerleader finale), che poi evolvono in melodie “alternative” stilisticamente simili a quelle dei pezzi meno metal di Blood Mountain, ma anche fusioni tra strofe hardcore melodico alla Hüsker Dü (il cui approccio all’hardcore nei 1980s ricorda molto ciò che hanno fatto e stanno continuando a fare oggi i Mastodon nei confronti del metal) ed escursioni prog metal come nella title-track e in Halloween.

A differenza dell’album precedente, in questo si sente anche come una certa “distanza” tra la musica e l’ascoltatore, dovuta alla cura maniacale con cui il sound è stato reso ricco e scintillante; nonostante le maggiori dilatazioni pinkfloydiane, il suono era più essenziale e terrestre in The Hunter, mentre in Once More ‘Round the Sun tutto viene compresso in uno spazio minore, con più lavoro di sovrapposizione, e contemporaneamente ottenendo un effetto “dreamy” e ipnotico, quasi un parallelo al dream/psychedelic indie che ha avuto successo nell’ultima decade (coi Deerhunter eccetera).

Quello che forse sfuggirà a molti è che Once More ‘Round the Sun è un ottimo esempio di come si possa suonare prog, e anche chiaramente in stile settantiano, senza “fare” prog: tutti i momenti in cui i pezzi lasciano spazio a parti strumentali mostrano infatti evidenti influenze e omaggi al rock progressivo dei 1970s, ma scorrono su ritmi upbeat, si intrecciano e sciolgono in maniera vivace e rapida, e non durano un secondo più del necessario; questo disco dei Mastodon mostra una capacità di rissorbire e rinverdire le sonorità prog in maniera molto più fresca e convincente rispetto a cose come gli ultimi lavori targati Opeth, che vivono invece molto più di nostalgia che di innovazione.

Resta tuttavia impossibile non notare somiglianze con alcuni pezzi di The Hunter, particolarmente tra l’opener Tread Lightly e l’altra opener Black Tongue, ma soprattutto nel singolo The Motherload, che, riprendendo la carica alla Queens of the Stone Age dei tempi migliori ed anche l’idea di dare a Brann Dailor lo spazio principale al microfono, pare una versione meglio pensata e migliorata di Dry Bone Valley – il che conferma anche l’idea, esplicitata alla stampa dalla band, che il disco sia una continuazione, anche se con stile rinnovato, del suo predecessore.

C’è stavolta chiaramente anche un “quinto Mastodon”, il producer Nick Raskulinecz, che si è probabilmente trovato di fronte a uno dei compiti più complessi della sua carriera, dovendo bilanciare l’orgia di arrangiamenti e rifiniture messa in pista dal gruppo, e allo stesso tempo il loro chiaro desiderio di non suonare heavy quanto nei loro vecchi album, con la necessità di non perdere nel processo la loro aggressività e potenza; un obiettivo molto difficile, e il giudizio sul fatto che sia riuscito o meno dipende largamente dalle aspettative del singolo ascoltatore.

7/10

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Godflesh – A World Lit Only by Fire

Posted by StepTb su dicembre 3, 2014

Avalanche, 2014
Album

Nel 2010 Broadrick e Green riformano i Godflesh, e nel 2014 esce per la Avalanche il nuovo album A World Lit Only by Fire.
Ancora fedeli all’impiego delle drum machine, i due recuperano un sound vicino specialmente a Pure (1992), ma più spogliato ed essenziale. Oltre all’industrial dalle tinte infernali che diede il via al progetto, le maggiori influenze sono lo sludge metal e, nelle parti con la ritmica più martellante, il più classico hardcore punk dei 1980s. Il disco è un soddisfacente tuffo nel passato per i fan nostalgici, e al tempo stesso una dimostrazione di quanto la band sia stata ispiratrice per tutta la corrente del post-metal fiorita nei 10-15 anni passati: anche grazie all’esperienza e continuo aggiornamento maturati da Broadrick coi dischi a nome Jesu, non c’è molto che suoni davvero fuori posto rispetto ai tempi attuali.

6/10

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Distopie generazionali

Posted by StepTb su novembre 6, 2014

Non si contano le opere che trattano di distopie. Ciascuna di tali opere, tuttavia, non è riuscita ad anticipare correttamente i reali svolgimenti futuri, e ciò perché le suggestioni distopiche sono strettamente connesse alla situazione presente e passata in cui vengono immaginate, più che a visioni del futuro.
La chiave per capire la nascita delle distopie non sta nell’immaginarsi un futuro che progressivamente diventa sempre più minaccioso perché tale è la direzione naturale degli eventi, ma nel realizzare come sia una cristallizzazione del passato e/o del presente, resistente ai cambiamenti naturali del contesto, a costruire anno dopo anno quello che sarà un futuro nero.
Nell’immaginare le distopie, le fiction partono da un punto nella storia in cui il sistema distopico è già affermato, e una generazione intera si trova nata in un mondo già precipitato; ciò perché ogni distopia nasce come utopia. Il futuro distopico non arriva per progressione naturale della storia: ogni generazione cercherà di perseguire la propria felicità, perciò non finirà mai per mettere in piedi un sistema contrario agli interessi della propria maggioranza.

La distopia si crea perché un dato gruppo, in un dato periodo, vuole creare un’utopia per se stesso. La conseguenza è che il monopolio che così va a crearsi scombina gli equilibri e mantiene i privilegi da una parte della bilancia nonostante tempi e contesti cambino, e dunque chi nasce successivamente a tale cristallizzazione subisce un destino via via peggiore. Una volta che un modello mentale utopistico prende il potere, man mano che i tempi e le circostanze cambieranno esso si rivelerà anno dopo anno sempre più obsoleto: se, durante tale periodo, reagirà stringendosi e solidificandosi nel proprio monopolio invece di adattarsi o cedere, il futuro sarà inevitabilmente quello di una distopia, che finirà per crollare rovinosamente dopo essersi divorata le 2-3-4 generazioni successive.

Non c’è quindi da stupirsi se la generazione più utopistica del dopoguerra, quella dei baby boomers, sia stata anche quella ad aver creato il più sbilanciato sistema di privilegi per se stessa, cristallizzando il proprio presente a spese delle generazioni future, che si trovano a doverne pagare gli errori (tra cui i debiti da essi contratti). Ciò è accaduto in tutto il mondo occidentale, ma in alcuni paesi, come il nostro, per mancanza di un sistema di regole chiaro, efficiente, capace di assorbire ed adattarsi automaticamente ai cambiamenti, e allo stesso tempo con indicatori demografici via via peggiorati, le conseguenze sono state disastrose. Il fatto che si sia creata la famosa “casta” parlamentare è solo la punta dell’iceberg: fuori dalle luci dei riflettori ci sono decine di altre caste create dalla stessa generazione.
Voler dialogare con quella generazione per ridisegnare il sistema è inutile, dal momento che, dopo tutto l’investimento messo nella propria causa, ora essa non è capace di capire lo sbilanciamento che ha creato per chi è venuto dopo. Guardare la realtà dei fatti e realizzare come stiano effettivamente le cose significherebbe per loro dover ripudiare almeno parzialmente l’utopia che li ha guidati, e quindi l’idea di aver fatto bene, di aver combattuto cause giuste e di aver messo in piedi un sistema migliore del precedente. Peccato che su tali idee sia fondata la loro identità generazionale, quindi non ci si può aspettare alcuna comprensione.

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Stuff Seen, September+October 2014

Posted by StepTb su ottobre 31, 2014

Carnal Knowledge (Mike Nichols, 1971) [6.5]
Walking Tall (Phil Karlson, 1973) [6]
The Hunger Games (Gary Ross, 2012) [5]
Pusher II (Nicolas Winding Refn, 2004) [8]
Pusher 3 (Nicolas Winding Refn, 2005) [7.5]
Adams æbler (Anders Thomas Jensen, 2005) [6]
Shaft (Gordon Parks, 1971) [5]
Super Fly (Gordon Parks Jr., 1972) [5]
The Homesman (Tommy Lee Jones, 2014) [7.5]
The Grey (Joe Carnahan, 2011) [6.5]
Kill List (Ben Wheatley, 2011) [6.5]
A Touch of Class (Melvin Frank, 1973) [7]
About Schmidt (Alexander Payne, 2002) [7]
Safety Last! (Fred C. Newmeyer & Sam Taylor, 1923) [8]
Seven Chances (Buster Keaton, 1925) [8+]
The Towering Inferno (John Guillermin, 1974) [7]
Körkarlen (Victor Sjöström, 1921) [7]
Po zakonu / By the Law (Lev Kuleshov, 1926) [7.5]
He Who Gets Slapped (Victor Sjöström, 1924) [8.5]
The Man Who Laughs (Paul Leni, 1928) [7.5]
Dirty Jobs s1-2-3-4-5 (2005-2009), various random eps.

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Clip of the Day/Month/Year

Posted by StepTb su ottobre 7, 2014


Series creators and executive producers David Lynch and Mark Frost will write and produce all nine episodes of the limited series, and Lynch will direct every episode. Set in the present day, TWIN PEAKS will continue the lore of the original series, providing long-awaited answers and a satisfying conclusion for the series’ passionate fan base.

We’ve Been Waiting. We’ve Always Been Waiting.

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August 2014 Log

Posted by StepTb su settembre 1, 2014

VIDEO:
House of Cards s2 ep1 (Carl Franklin, 2014) [7-] [what a shame: a good first episode ruined by a single moment – Zoe’s murder, out of impulse and with people and security cameras around, is illogical and inconsistent with Frank’s planning preciseness and tendency to outsource the dirty work]
House of Cards s2 ep2 (Carl Franklin, 2014) [6.5]
Exam (Stuart Hazeldine, 2009) [5]
Harlan County U.S.A. (Barbara Kopple, 1976) [7]
Julia (Fred Zinnemann, 1977) [7.5]
Festen (Thomas Vinterberg, 1998) [4] [and many critics still say this -at best- incredibly average movie should be considered a modern classic… give me a break]
Elysium (Neill Blomkamp, 2013) [6]
A Wedding (Robert Altman, 1978) [8]
House of Cards s2 ep3 (James Foley, 2014) [6.5]
House of Cards s2 ep4 (James Foley, 2014) [6.5]
House of Cards s2 ep5 (John David Coles, 2014) [7]
House of Cards s2 ep6 (John David Coles, 2014) [6.5]
House of Cards s2 ep7 (James Foley, 2014) [7]
House of Cards s2 ep8 (James Foley, 2014) [6.5]
House of Cards s2 ep9 (Jodie Foster, 2014) [7-]
House of Cards s2 ep10 (Robin Wright, 2014) [6.5]
House of Cards s2 ep11 (John David Coles, 2014) [7]
House of Cards s2 ep12 (James Foley, 2014) [7]
House of Cards s2 ep13 (James Foley, 2014) [7.5]
Obsession (Brian De Palma, 1976) [7.5]
Rolling Thunder (John Flynn, 1977) [7.5]
The Fury (Brian De Palma, 1978) [7]
Opening Night (John Cassavetes, 1977) [7+]
Who’ll Stop the Rain (Karel Reisz, 1978) [7]
Midnight Express (Alan Parker, 1978) [6.5]
Deathsport (Allan Arkush, Nicholas Niciphor & Roger Corman, 1978) [6]
Wizards (Ralph Bakshi, 1977) [6]
Blue Collar (Paul Schrader, 1978) [8]
Hardcore (Paul Schrader, 1979) [7+]
Carrie (Brian De Palma, 1976) [8.5]
Being There (Hal Ashby, 1979) [8]
Last Embrace (Jonathan Demme, 1979) [7]
Phantasm (Don Coscarelli, 1978) [7-]
All That Jazz (Bob Fosse, 1979) [7.5]
Collapse (Chris Smith, 2009) [4] [it’s amusing to watch now all those supposed “prophets” who got their 15 minutes of glory during the 2007/8/9 crisis, when they were informing the world about the imminent apocalypse and the end of civilization as we knew it]

BOOKS:
Beowulf [edizione Einaudi a cura di L. Koch] [LINK Amazon]
Michele Boldrin, David K. Levine – Against Intellectual Monopoly [free download] [9]
Raghuram G. Rajan, Luigi Zingales – Saving Capitalism from the Capitalists [LINK Amazon, Italian edition] [8.5]

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Raghuram G. Rajan, Luigi Zingales – Salvare il capitalismo dai capitalisti

Posted by StepTb su agosto 31, 2014

Saving Capitalism from the Capitalists: Unleashing the Power of Financial Markets to Create Wealth and Spread Opportunity
Einaudi, 2008 (first published 2003)
390 pagine

I mercati non sono perfetti, né lo sono le sovrastrutture che li dirigono“.

Estremamente denso, è impressionante per la sua capacità sia di descrivere nel dettaglio alcuni complessi processi finanziari (che rappresentano il “core” del libro), sia di racchiuderli tra una prima e (soprattutto) un’ultima parte che puntano invece ad una “big picture” fotografata talmente da lontano da dare quella preziosa sensazione dell’ “aprire gli occhi” su come funziona il mondo (nello specifico, sul conflitto tra poteri economici e poteri politici nei singoli paesi da un lato, e sui cambiamenti avvenuti con il declino del “capitalismo delle relazioni” e con l’apertura globale dei mercati dall’altro).

Dovrebbe essere una lettura obbligatoria per tutti quelli (e sono ancora tanti) che cianciano di capitalismo ragionando per categorie mentali desuete derivate da informazioni errate (perché ideologicamente distorte).

Il libro ha i suoi principali difetti in uno stile di scrittura con poca personalità e brio, il che, unito alla quantità di informazione e analisi presenti, lo fa diventare più pesante del necessario, e di un’inevitabile senso di incompiutezza dovuto all’aver voluto percorrere la storia del capitalismo moderno ma allo stesso tempo aver mancato, per pure ragioni cronologiche, la crisi globale del 2007/8/9.

Un altro possibile punto a sfavore potrebbe essere la piuttosto breve serie di proposte di riforma concrete presenti nell’ultima parte, ma tale mancanza può essere compresa proprio alla luce delle tesi principali del testo (l’argomento andrebbe approfondito singolarmente paese per paese, essendo le situazioni politiche estremamente differenti).

La mia nota personale: la parola “capitalismo” andrebbe abbandonata. Si tratta del retaggio di un’epoca in cui il mondo era diviso in ideologie forti contrapposte. Continuare a utilizzarla significa portare avanti anche tali categorie mentali, secondo le quali il capitalismo è una delle tante ideologie del secolo scorso, e dunque ad esse paragonabile. Un modo più corretto di descrivere il fenomeno del capitalismo moderno è “sistema del libero mercato”, e come funziona dipende da come i singoli paesi lo implementano, avvicinandolo o allontanandolo da un modello ideale in cui accesso al credito e concorrenza vengono garantiti e incentivati, e in cui le regole del gioco vengono mantenute chiare ed eque (da cui la posizione dei due autori secondo cui l’intervento dello Stato *in sé* è indispensabile, posizione intellettualmente onesta che li allontana fortunatamente dai dogmi “libertarian”). Non esiste quindi “il capitalismo”, esiste un sistema di produzione e scambio che si adatta a seconda del contesto, delle possibilità del momento storico, e di come tutti coloro che vi partecipano (dalle idee del singolo individuo che entra nel mercato fino alle scelte politiche delle nazioni) decidono di approcciarlo e declinarlo. Nei casi migliori viene adottato in maniera coraggiosa e saggia, e avvantaggia il più vasto numero possibile di persone (in quantità finora mai viste in nessun altro sistema di cui siamo a conoscenza), nei casi peggiori soccombe a relazioni e lobbying, con gruppi d’interesse organizzati che condizionano la politica per mantenere una posizione di rendita e impedire l’accesso agli outsider (da cui il titolo del libro).
Come viene qui spiegato, il rischio esistente è che nei momenti di crisi le masse disagiate e disorganizzate possano risultare propizie proprio a tali gruppi d’interesse, che cercheranno di incanalarle e sfruttarle come utili idioti per mantenere e rafforzare lo status quo.

8.5/10

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Stuff Seen, July 2014

Posted by StepTb su luglio 31, 2014

Interiors (Woody Allen, 1978) [7]
The Kentucky Fried Movie (John Landis, 1977) [6.5]
Westworld (Michael Crichton, 1973) [6.5]
Coma (Michael Crichton, 1978) [7.5]
The Mechanic (Michael Winner, 1972) [6]
Penn & Teller: Bullshit! s8, ep10 “Vaccinations” (David Wechter, 2010)
Penn & Teller: Bullshit! s2, ep1 “P.E.T.A.” (Star Price, 2004)
Penn & Teller: Bullshit! s3, ep6 “College” (Star Price, 2005)
Penn & Teller: Bullshit! s8, ep2 “Fast Food” (David Wechter, 2010)
Penn & Teller: Bullshit! s1, ep13 “Environmental Hysteria” (Star Price, 2003)
Penn & Teller: Bullshit! s3, ep5 “Holier Than Thou” (Star Price, 2005)
Penn & Teller: Bullshit! s2, ep5 “Recycling” (Star Price, 2004)
Fargo s1 ep1 (Adam Bernstein, 2014) [6.5]
Fargo s1 ep2 (Adam Bernstein, 2014) [6]
Fargo s1 ep3 (Randall Einhorn, 2014) [6.5]
Fargo s1 ep4 (Randall Einhorn, 2014) [6.5]
Fargo s1 ep5 (Colin Bucksey, 2014) [6.5]
Fargo s1 ep6 (Colin Bucksey, 2014) [7-]
Fargo s1 ep7 (Scott Winant, 2014) [6.5]
Fargo s1 ep8 (Scott Winant, 2014) [7-]
Fargo s1 ep9 (Matt Shakman, 2014) [6.5]
Fargo s1 ep10 (Matt Shakman, 2014) [6]
House of Cards s1 ep1 (David Fincher, 2013) [7+]
House of Cards s1 ep2 (David Fincher, 2013) [7+]
The Taking of Pelham One Two Three (Joseph Sargent, 1974) [7]
Scarecrow (Jerry Schatzberg, 1973) [7-]
House of Cards s1 ep3 (James Foley, 2013) [7]
House of Cards s1 ep4 (James Foley, 2013) [6.5]
House of Cards s1 ep5 (Joel Schumacher, 2013) [6.5]
House of Cards s1 ep6 (Joel Schumacher, 2013) [7]
The Gambler (Karel Reisz, 1974) [7]
Force of Evil (Abraham Polonsky, 1948) [7.5-]
Bite the Bullet (Richard Brooks, 1975) [7+]
Forgetting Sarah Marshall (Nicholas Stoller, 2008) [7-]
House of Cards s1 ep7 (Charles McDougall, 2013) [7+]
House of Cards s1 ep8 (Charles McDougall, 2013) [6.5]
Kiss Me Deadly (Robert Aldrich, 1955) [8+]
Hush…Hush, Sweet Charlotte (Robert Aldrich, 1964) [7.5]
The Dirty Dozen (Robert Aldrich, 1967) [8]
The Longest Yard (Robert Aldrich, 1974) [7.5]
Election (Alexander Payne, 1999) [7+]
House of Cards s1 ep9 (James Foley, 2013) [6.5]
House of Cards s1 ep10 (Carl Franklin, 2013) [6.5]
House of Cards s1 ep11 (Carl Franklin, 2013) [7]
Apache (Robert Aldrich, 1954) [7]
Twilight’s Last Gleaming (Robert Aldrich, 1977) [7]
The Choirboys (Robert Aldrich, 1977) [7]
House of Cards s1 ep12 (Allen Coulter, 2013) [7+]
House of Cards s1 ep13 (Allen Coulter, 2013) [7]
Pusher (Nicolas Winding Refn, 1996) [7]

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Roberto Perotti – L’università truccata

Posted by StepTb su luglio 25, 2014

Einaudi, 2008
183 pagine

Non posso che ringraziare R. Perotti per aver messo nero su bianco, documentandolo con le fonti adeguate e trattandolo con l’obiettività e il distacco necessari, tutto ciò che sapevo, intuivo o solamente sospettavo dell’università italiana.

Non è un libro focalizzato solo su concorsi truccati, baroni e nepotismo, come potrebbe suggerire il titolo, ma si occupa di tutte le più gravi e strutturali storture del sistema universitario nostrano.

Si impara così che:
– il problema dell’università italiana non è la mancanza di risorse: con le statistiche corrette per studente equivalente a tempo pieno (che quindi eliminano l’inquinamento dato dalla variabile degli studenti fuori corso, che in Italia sono il 50+%), la spesa italiana diventa la terza al mondo dopo USA, Svizzera e Svezia; eppure, l’u.i. si lamenta della mancanza di soldi, invece di pensare a come mai il numero di fuori corso sia così elevato
– l’u.i. non è “nonostante tutto, all’avanguardia”: i confronti globali usando criteri obiettivi lo dimostrano
– l’u.i. non è un modello di mobilità sociale né di egalitarismo: il 24% degli studenti viene dal 20% più ricco delle famiglie, e l’8% dal 20% più povero; perfino gli USA, spesso additati come esempio di spietato elitarismo cui contrapporsi, hanno dati migliori (26% e 11% nelle pubbliche, 31% e 11% nelle private, 24% e 13% nel totale delle istituzioni terziarie)
– il clientelismo non è un fenomeno circoscritto
– gli interventi della magistratura non sono una soluzione, visto che il clientelismo avviene nella maggioranza dei casi senza infrangere leggi, e, in ogni caso, anche dove scoperto, si conclude nell’impossibilità e/o non volontà di punirlo adeguatamente
– quella dei dipendenti universitari è una casta, perché refrattaria a valutazioni e punizioni, ma soprattutto una gerontocrazia, completamente distorsiva in quanto non premia i giovani talenti e fa avanzare tramite scatti d’anzianità anche senza meriti
– l’u.i. non è internazionalizzata, e scappa dal dibattito accademico reale, che implicherebbe l’essere valutata tramite peer review pubblicando in journal riconosciuti globalmente e non per case editrici locali legate ai vari atenei
– i concorsi pubblici sono un sistema assurdo per inefficienza e megalomania dirigista; impediscono la libera iniziativa di singoli atenei, facoltà e dipartimenti nell’organizzarsi come vogliono e chiamare/attrarre i nomi migliori
– i “periodi iniziali di prova” non sono un “allarme precarizzazione”, sono un fatto ovvio e naturale che si trova in qualsiasi professione
– il valore legale del titolo di studio va abolito, ma concentrarsi su questo senza collegarlo ad altre riforme porterebbe a risultati nulli o peggiori
– gli stipendi dei docenti e la didattica allo stato attuale sono esempi di inefficienze distorsive, e vanno entrambi liberalizzati
– la mobilità degli studenti si cerca solo a parole, non nei fatti: le risorse dovrebbero essere stanziate anzitutto per favorirla, quindi chiudendo corsi, atenei e sedi distaccate inutili e redistribuendo i soldi verso costruzioni di alloggi studenteschi e borse di studio (che attualmente non vanno alle fasce medie)
– quella delle fondazioni universitarie non è la migliore delle idee, si rischia di replicare lo schema delle fondazioni bancarie
– il problema università-imprese non si risolve dall’alto, ma dando autonomia e osservando la sperimentazione di vari approcci; allo stesso tempo, non si può pretendere che le imprese collaborino con l’attuale sistema dell’u.i. finché non vengono eliminate le inefficienze e storture più evidenti
– il 3+2 è stato implementato male, senza prima correggere le distorsioni alla base; ha portato a ripetizione e diluizione dei contenuti dei corsi e, grazie anche alla raddoppiata obsoleta prassi della tesi, ad un allungamento medio di 1+ anni dei tempi di laurea
– le riforme Moratti e Mussi sono state perfettamente inutili, perché si sono rifiutate di correggere le distorsioni alla base e hanno aggiunto ulteriore burocrazia di stampo dirigista
– da parte di governi, ministri, media e grande pubblico c’è una drammatica incomprensione di come funzioni la ricerca; non stupisce quindi che la cultura della peer review sia molto poco diffusa, e in certi ambienti inesistente
– non solo ambiente di ricerca poco stimolante e privo degli incentivi adeguati, non solo burocrazia bizantina, ma anche bandi e siti ufficiali spesso senza nemmeno una versione in lingua inglese: non stupisce che la percentuale di studenti e docenti stranieri sia tra le più basse del mondo industrializzato
– gli atenei devono essere messi in condizione di competere tra loro; solo così molte delle storture esistenti potrebbero correggersi da sole, perché i comportamenti negativi andrebbero contro l’interesse stesso delle istituzioni
– il dibattito tra pubblico e privato è finto: il punto non è l’uno o l’altro, il punto è dove vanno a finire le risorse; ci sono molti esempi al mondo di università pubbliche di estrema efficienza, perché operanti in un sistema competitivo che premia la qualità.

Solitamente non dò voti altissimi ai libri “di denuncia”, e men che meno se brevi e circoscritti a realtà unicamente nostrane, ma stavolta faccio un’eccezione.
Tre i motivi:
1) Perotti è un maestro di stile e sintesi, non c’è una virgola di troppo e i concetti sono stesi in modo incredibilmente lineare e diretto; ciò rende qualità e contenuto del libro inversamente proporzionali alla sua breve lunghezza.
2) L’argomento è delicato e importante, eppure ignorato o snobbato da troppe persone ad esso esterne, col risultato di lasciarlo in mano agli interessi personali miopi di chi ne trae vantaggio (dipendenti del sistema universitario e politici in cerca di voti); Perotti interviene nel dibattito con un rigore intellettuale ammirevole, mettendo ordine logico, adottando un punto di vista distaccato e obiettivo, e depurando il terreno dall’inquinamento retorico, politico e ideologico cui solitamente si accompagna.
3) Perotti non si limita a fare un elenco di ciò che non va, né a documentarlo com’è necessario (spesso anche decostruendo la fallacia di certe fonti), ma propone anche un semplice ed elegante modo di correggere l’equilibrio distorsivo attuale: un ponderato mix di incentivi e disincentivi che permettano a chi fa bene di avanzare, a chi sbaglia di pagare, e alle risorse di seguire la qualità, allo stesso tempo decentralizzando il sistema, togliendolo da sotto la cappa del dirigismo, per dare le autonomie necessarie ai vari atenei, facoltà e dipartimenti; un sistema migliore dell’attuale emergerebbe così in modo naturale.

Purtroppo in Italia la situazione socio-politica non sembra permettere questa e altre riforme necessarie, e preferisce proseguire sulla strada del declino, nonostante le soluzioni siano a portata di mano.
Gli italiani delle prossime generazioni un giorno si guarderanno indietro e, si spera, rideranno dell’idiozia di questi decenni buttati al vento.

9/10

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Stuff Seen, June 2014

Posted by StepTb su luglio 1, 2014

Jaws (Steven Spielberg, 1975) [7.5]
American Hustle (David O. Russell, 2013) [6.5]
Emperor of the North Pole (Robert Aldrich, 1973) [7.5]
Shampoo (Hal Ashby, 1975) [7.5]
The Stepford Wives (Bryan Forbes, 1975) [7.5]
Only God Forgives (Nicolas Winding Refn, 2013) [5] [another “Valhalla Rising” for Refn: a stylish direction at the service of a mediocre script]
Marathon Man (John Schlesinger, 1976) [7-]
The Bad News Bears (Michael Ritchie, 1976) [8] [a truly critically underrated gem]
The Omen (Richard Donner, 1976) [7]
3 Women (Robert Altman, 1977) [8.5]
The Last Tycoon (Elia Kazan, 1976) [6.5]
Trilogy of Terror (Dan Curtis, 1975) [6]
Killer of Sheep (Charles Burnett, 1977) [7]
Electra Glide in Blue (James William Guercio, 1973) [7.5]
Walkabout (Nicolas Roeg, 1971) [7.5]
The Last Wave (Peter Weir, 1977) [7]
The Parallax View (Alan J. Pakula, 1974) [7]
La Vénus à la fourrure (Roman Polanski, 2013) [7]
Joe (David Gordon Green, 2013) [7.5]
Drinking Buddies (Joe Swanberg, 2013) [7+]
The Counselor (Ridley Scott, 2013) [6.5]
Side Effects (Steven Soderbergh, 2013) [7]
Trance (Danny Boyle, 2013) [5-] [how is it possible to take this involuntarily ridiculous movie seriously? the script is neither dreamy nor trancey, just drunk. lowest point in Boyle’s filmography so far]
Big Bad Wolves (Aharon Keshales & Navot Papushado, 2013) [5]
Enough Said (Nicole Holofcener, 2013) [7]
About Time (Richard Curtis, 2013) [7]
Vamps (Amy Heckerling, 2012) [7] [an underrated one. if you can neglect the poor special effects and some bad moments, there’s not only good dark humor and quirky fun, but also substance – a reflection on aging, mortality and historical consciousness – under its surface]
The Five-Year Engagement (Nicholas Stoller, 2012) [6.5]
The Internship (Shawn Levy, 2013) [5]
This Is 40 (Judd Apatow, 2012) [5] [totally uninteresting. first fail in Apatow’s career so far]
Ida (Pawel Pawlikowski, 2013) [7]
Jagten (Thomas Vinterberg, 2012) [6.5+] [I’d like to give this one a 7, since its moral stance is one of absolute relevance, but the unrealistically irrational behavior of almost every character is an immature over-the-top way to sensationalise the story and underline too heavily a victimization of the protagonist; Mikkelsen’s brilliant performance should’ve deserved a more pondered script]
All the Light in the Sky (Joe Swanberg, 2012) [6.5]
Quiet City (Aaron Katz, 2007) [6.5]
Capricorn One (Peter Hyams, 1977) [7]
Looking for Mr. Goodbar (Richard Brooks, 1977) [6.5]

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May 2014 Log

Posted by StepTb su maggio 31, 2014

VIDEO:
Hannibal, s1 ep9 (Guillermo Navarro, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep10 (John Dahl, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep11 (Guillermo Navarro, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep12 (Michael Rymer, 2013) [7]
Hannibal, s1 ep13 (David Slade, 2013) [7]
The New Centurions (Richard Fleischer, 1972) [7.5]
Red (Trygve Allister Diesen & Lucky McKee, 2008) [7]
The Other (Robert Mulligan, 1972) [7+]
Save the Tiger (John G. Avildsen, 1973) [7]
Secretary (Steven Shainberg, 2002) [7]
Lenny (Bob Fosse, 1974) [7.5]
The Last Detail (Hal Ashby, 1973) [7.5]
Hannibal, s2 ep1 (Tim Hunter, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep2 (Tim Hunter, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep3 (Peter Medak, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep4 (David Semel, 2014) [6.5]
Hannibal, s2 ep5 (Michael Rymer, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep6 (Tim Hunter, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep7 (Michael Rymer, 2014) [6.5]
Hannibal, s2 ep8 (Vincenzo Natali, 2014) [6]
Hannibal, s2 ep9 (Michael Rymer, 2014) [6.5]
Hannibal, s2 ep10 (Vincenzo Natali, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep11 (David Slade, 2014) [6]
Hannibal, s2 ep12 (Michael Rymer, 2014) [6]
Hannibal, s2 ep13 (David Slade, 2014) [6.5]
Steamboat Bill, Jr. (Charles Reisner & Buster Keaton. 1928) [7.5]
City Girl (F.W. Murnau, 1930) [7]
Ritmi di stazione, impressioni di vita n. 1 (Corrado D’Errico, 1933) [short] [7]
Manhatta (Paul Strand, 1921) [short] [7.5]
Regen (Mannus Franken & Joris Ivens, 1929) [short] [8]
Paris qui dort (René Clair, 1923) [short] [8]
Sous les toits de Paris (René Clair, 1930) [7]

BOOKS:
Amerika (Franz Kafka, 1911-1914, pub. 1927) [7]

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Wild Throne – Blood Maker

Posted by StepTb su maggio 24, 2014

Brutal Panda, 2014
EP

Il trio dei Wild Throne è composto da ferrati musicisti di Bellingham (Washington, USA) con alle spalle un decennio a testa di attività in varie band solidamente affermate a livello locale.
Le varie esperienze hanno portato ad un certo punto Josh Holland (chitarra e voce), Noah Burns (batteria) e Jeff Johnson (basso) alla decisione di unirsi in un progetto che superasse in originalità e impatto ogni cosa da essi fin lì fatta.
Possiamo dire che l’obiettivo per il momento pare raggiunto: l’EP Blood Maker (che può essere considerato il loro vero esordio, dopo due release underground introvabili nei due anni precedenti), uscito per la Brutal Panda (nome di label migliore di sempre), può indubbiamente già essere collocato tra i migliori EP metal del 2014.
I tre pezzi di cui è costituito sono farciti d’idee brillanti e convoglianti stili diversi, ma soprattutto hanno ben chiara la necessità di darsi una misura per mantenere una struttura coerente ed esteticamente appagante: tra i punti musicali di riferimento del trio vi sono infatti, a orecchio, sicuramente The Mars Volta e Protest the Hero, ma le influenze che da loro prendono arrivano in dose controllata, e si ritrovano ad essere sostenute e ben bilanciate da un impianto hardcore massiccio, caldo e quasi sludge, strizzante l’occhio ai Mastodon.
Un altro punto che i Wild Throne segnano decisamente a loro favore sta nell’efficacia melodica, derivante da una ormai mutata geneticamente tradizione emocore (che si riconosce nell’intensità drammatica dei vocalizzi e nelle dissonanze metalliche dei riff), ed espressa magistralmente grazie alla notevolissima capacità vocale di Holland: il memorabile chorus di Shadow Deserts ne è l’esempio più immediato, ma ancor di meglio si trova nella più complessa title-track.
La tecnica strumentale dei tre, assolutamente degna di nota, poteva finire per farli strafare ed esagerare (sia nella struttura dei pezzi, sia nei giochetti virtuosistici di facile impressione), ma viene usata in maniera nobile e pragmatica per trovarsi un proprio stile, che prende dal prog metal come dallo sludge, dal thrash come dal post-hardcore, e mettere sempre in primo piano passionalità e schiettezza.
Alla riuscita del “pacchetto” concorrono due nomi ben noti come Ross Robinson (la riuscita produzione, in bilico tra hardcore e metal senza abbaracciare né l’uno né l’altro) e Orion Landau (il gran bell’artwork).
Non resta che attendere con curiosità e buone aspettative il debutto su full-length.

7/10

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Rock Culture

Posted by StepTb su maggio 24, 2014

Roba che m’è arrivata l’anno scorso, ma si meritava un paio di picz.

carducci1 Direttamente dal personal warehouse del leggendario Mr. Carducci, due tomi essenziali della critica rock.
carducci2 Particolare dell’imballaggio.
carducci3 Prospettive, affiancato al cuginetto.

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